A mio padre e mia madre
INDICE
Cap. 1 -
ENCEFALOPATIA IPOSSICO-ISCHEMICA
1.1
Premessa
p . 5
1.2
Definizione
» 5
1.3
Inquadramento eziopatogenetico
» 6
1.4
Aspetti
clinici
» 8
1.5
Fattori di
rischio
» 11
1.6
Esami
strumentali
» 15
1.7
Terapia
» 16
A.N.I.M.A.
Cap. 2 - LA MIA
ESPERIENZA
2.1 QUADRO
CLINICO
p. 22
2.1.1 Motivazione per la
scelta del
caso
» 25
2.1.2 Modelli teorici di
riferimento
» 26
2.1.2.1
Tecnica di Fay
» 28
2.1.2.2
Tecnica di Vojta
» 30
2.1.2.3
Metodo Kabat
» 32
2.1.2.4
Metodo Bobath
» 33
2.1.2.5
Tecnica di
Peto
» 35
2.1.2.6
Tecnica di Perfetti-Salvini e
collaboratori » 37
2.1.2.7
Tecnica di Doman-Delacato
» 39
2.1.3 Difficoltà
incontrate e successi
ottenuti » 42
2.1.4 Approccio personale
rispetto alla problematica affrontata » 42
2.2 OBIETTIVI DEL
PROGETTO
» 43
2.2.1 Finalità
dell’intervento
» 44
2.3 ARTICOLAZIONE DEL
PROGETTO » 44
2.3.1 Programma di
rieducazione
motoria » 45
2.4 METODOLOGIA DELLA
PROPOSTA » 78
2.5
RISULTATI
» 83
2.5.1 Valutazione
complessiva
dell’esperienza
» 83
Cap. 3 - VERIFICA DEI
RISULTATI OTTEUTI E RIFLESSIONI CONCLUSIVE
3.1 Verifica dei
risultati
p. 85
3.2 RIFLESSIONI
CONCLUSIVE
» 85
BIBLIOGRAFIA
Grazie a Dario e
ad Antonio M.
Capitolo 1
ENCEFALOPATIA
IPOSSICO-ISCHEMICA
1.1 Premessa
L’encefalopatia neonatale
compare nei primissimi giorni di vita del neonato a
termine, è caratterizzata da una funzione neurologica
disturbata e si manifesta con difficoltà nel
mantenimento della respirazione, depressione del tono e
dei riflessi con un livello deficitario di coscienza e
spesso convulsioni.
L’encefalopatia
ipossico-ischemica è la più importante conseguenza
dell’asfissia perinatale e una delle maggiori cause di
morte neonatale e disabilità neurologica nel bambino.
Ai fini di una corretta
comprensione del danno cerebrale, il punto focale è
quello di avere ben chiaro che l’encefalopatie neonatali
non si identificano nell’encefalopatia
ipossico-ischemica, quest’ultima, infatti, ne
rappresenta un sottogruppo.
1.2
Definizione
Il termine ipossia
(anossia) denota una parziale o totale mancanza
d’ossigeno in uno o più tessuti del corpo, incluso il
sangue (ipossiemia, anossiemia). Il termine asfissia
indica la condizione in cui gli scambi gassosi polmonari
o placentari sono alterati, conducendo progressivamente
ad ipossiemia e ipercapnia e successivamente bradicardia
e ipotensione. L’ischemia è la riduzione o
l’interruzione del flusso
ematico conseguente ad ipotensione od occlusione vasale.
Nel feto o nel neonato, l’ischemia è determinata o da
precedenti ipossia-acidosi con effetto deprimente sul
sistema cardiovascolare o da occlusione vascolare.
Pertanto, nel neonato asfittico, l’ipossia e ischemia
cerebrale vanno di pari passo e si parla in genere di
danno ipossico-ischemico.
1.3 Inquadramento
eziopatogenetico
Si parla di encefalopatia
ipossico-ischemica, quando all’evento asfittico segue un
interessamento del sistema nervoso centrale, ovvero,
nelle ore e giorni successivi all’asfissia si manifesta
una chiara sindrome neurologica neonatale.
In
generale le lesioni anatomo-patologiche (e i conseguenti
esiti a distanza) sono differenti nel neonato a termine
rispetto al neonato pretermine. Nel primo prevale
l’interessamento della sostanza grigia cerebrale
(corteccia cerebrale, ippocampo, gangli della base,
emisferi cerebellari), nel secondo, invece, è
interessata prevalentemente la sostanza bianca. I
fattori che determinano la differente topografia del
danno cerebrale ipossico-ischemico perinatale sono di
vario tipo:
1) intrinseca vulnerabilità sia cellulare (neuroni >
oligodendroglia > astrociti > microglia > vasi), sia
regionale (corteccia: strati 3, 5, 6; ippocampo,
sostanza
bianca: subcorticale e
periventricolare; troncoencefalo: collicolo inferiore;
cervelletto: strato cellulare di Purkinje); 2) fattori
vascolari: nell’ipossia-ischemia sistemica le lesioni si
localizzano nei territori di confine tra distretti
vascolari, nell’occlusione vasale la lesione è
localizzata a valle dell’ostruzione; 3) natura e durata
dell’insulto: ipossia, ipossia-ischemia, ischemia; 4)
età e maturità del neonato, 5) fattori contingenti come
ipoglicemia, sepsi o malnutrizione.
Le ragioni della
vulnerabilità di certi gruppi di neuroni nel sistema
nervoso centrale sono diventate più chiare negli ultimi
anni. Sicuramente fattori vascolari giocano un ruolo
importante. Il danno neuronale è, infatti, più grave
nella zona di confine tra distretti vascolari ( ad
esempio nella profondità dei solchi e nelle aree
parasagitali), d’altra parte la stretta relazione che
esiste tra la necrosi ponto-subicolare del prematuro e
l’ipocapnia e l’iperossia sembra suggerire un ruolo
importante della vasocostrizione in questa specifica
lesione.
Per quanto riguarda le
diverse suscettibilità regionali, è possibile che siano
legate a differenze metaboliche: capacità di glicolisi
anaerobica, richieste energetiche, accumulo di lattato,
funzione mitocondriale, flusso di calcio, sintesi di
ossido nitrico, formazione di radicali liberi e capacità
di neutralizzare gli stessi. Un ruolo hanno senz’altro
anche le differenze recettoriali, per quanto riguarda i
recettori del glutammato. Le zone che al momento
dell’insulto ipossico-ischemico sono particolarmente
ricche di sinapsi che usano come neurotrasmettitore il
glutammato sono le più danneggiate.
Il danno cerebrale
ipossico-ischemico nel pretermine differisce da quello
del neonato a termine da un punto di vista
neuropatologico e fisiopatologico in relazione al
differente grado di maturazione sia nel tessuto
cerebrale che nel letto vascolare. Nel pretermine le
lesioni cerebrali predominanti sono: 1) l’emorragia
della zona germinativa, 2) l’emorraggia
intraventricolare, 3) l’emorragia parenchimale, 4) la
leucomalacia periventricolare.
1.4 Aspetti clinici
Dal punto di vista
clinico l’encefalopatia ipossico-ischemica consiste in
un pattern caratteristico di segni e sintomi neurologici
che seguono l’asfissia perinatale e che progrediscono
con modalità pressocchè costante. La severità di tali
segni dipende in gran parte dalla durata dell’asfissia
cui il neonato è stato sottoposto e può essere valutata
in base alle manifestazioni cliniche del soggetto.
I segni clinici essenziali dell’encefalopatia
ipossico-ischemica sono elencati nella tabella 1.
|
Convulsioni |
|
Alterazioni dello
stato di coscienza
(1:
ipereccitabilità, 2: letargia, 3: coma) |
|
Anomalie
posturali |
|
Scomparsa dei
riflessi arcaici |
|
Anomalie del
ritmo cardiorespiratorio (apnee, bradicardia) |
|
Tensione della
fontanella anteriore |
Tab.
1.
Segni clinici dell’encefalopatia ipossico-ischemica
I primi studiosi che
hanno fornito una classificazione clinica
dell’encefalopatia ipossico-ischemica, sono stati Sarnat
e Sarnat nel 1976, elaborando una stadiazione,
riportata nella tabella 2.
Stadio
|
Elementi clinici
salienti
|
|
I
(asfissia lieve) |
Ipereccitabilità,
esame neurologico ed EEG normali, veglia
protratta, riflessi vivaci, tono normale o
aumentato, midriasi, tachicardia |
|
II
(asfissia
moderata) |
Letargia, apatia,
ipotonia, riflessi neonatali torpidi,
convulsioni, miosi, bradicardia, EEG con
punte/onde |
|
III
(asfissia grave) |
Coma, riduzione o
assenza di riflessi, flaccidità, raramente
convulsioni,
variabilità della
dilatazione pupillare, variabilità della
frequenza cardiaca, EEG inattivo o abnorme |
Tab.
2.
Stadiazione secondo Sarnat dell’encefalopatia
ipossico-ischemica
La stadiazione clinica
alla nascita o subito dopo è fondamentale per
determinare la severità del danno ipossico-ischemico,
per iniziare il trattamento più appropriato e per
stabilire la prognosi. Anche l’evoluzione, con il
passaggio da uno stadio all’altro è un importante indice
prognostico.
A volte i neonati
appaiono relativamente normali nelle prime ore di vita,
per poi peggiorare rapidamente quando insorgono le crisi
convulsive, altre volte sono in uno stadio II o III
subito dopo la nascita. L’attività convulsiva compare
nel 50-70 % dei neonati asfittici, e nella maggior parte
dei casi nelle prime 24 ore con un esordio tanto più
precoce quanto più è grave l’asfissia. Coloro che
sopravvivono mostrano un miglioramento nei giorni o
nelle settimane seguenti, il tempo impiegato per il
recupero delle normali funzioni neurologiche è anch’esso
un fattore prognostico a lungo termine.
Oltre alle disfunzioni
neurologiche, in circa il 50 % dei casi l’asfissia
determina alterazioni multi organo, con conseguenti
alterazioni metaboliche che contribuiscono ad aggravare
le condizioni di un sistema nervoso già compromesso.
1.5 Fattori di rischio
Nel tentativo di
determinare i fattori di rischio, sono stati esaminati
alcuni parametri perinatali e alcuni di questi sono
stati significativamente predittivi: il ritardo mentale
materno, il deficit motorio di un fratello, l’ipertiroidsmo,
una sindrome convulsiva materna precedente la
gravidanza, un anamnesi remota positiva per due o più
morti endouterine e un ritardo di crescita nella
gravidanza corrente.
Nessun fattore pregravidico predittivo, tuttavia,
contribuisce più del 4.4%. L’età materna, la parità, lo
stato socio-economico, il fumo, il diabete non hanno
dimostrato un significativo ruolo predittivo. La
proteinuria (> 5g / 25 h) nella seconda metà della
gravidanza, l’ipertensione arteriosa marcata, le
metrorragie del terzo trimestre, il numero delle visite
prenatali sono state identificate come fattori di
rischio. Ciascuno di questi fattori è associato alla
paralisi cerebrale con una percentuale inferiore al 2%.
Le caratteristiche predittive significative durante il
travaglio sono: un’epoca gestionale inferiore alle 32
settimane e le bradicardie fetali (60 battiti al minuto
e valori inferiori), le infezioni del corion e il basso
peso della placenta. La placenta previa e il distacco
intempestivo di placenta normalmente inserita,
rappresentano un ulteriore rischio per l’encefalopatia
ipossico-ischemica neonatale e conseguente danno
cerebrale fetale.
I fattori di rischio che possono comparire in sala parto
sono risultati: il basso peso neonatale, un ritardo di 5
minuti o più del primo atto respiratorio neonatale, un
riflesso di Moro asimmetrico e la microcefalia. Il
ritardo del primo atto respiratorio è stato un fattore
di rischio più specifico e sensibile rispetto ad un
valore basso dell’indice di Apgar.
Durante il periodo neonatale precoce, le convulsioni del
neonato sembrano essere il fattore di rischio predittivo
più considerevole; un altro fattore importante è la
presenza di malformazioni non coinvolgenti il sistema
nervoso centrale. Le sindromi malformative sono
significativamente più frequenti nei bambini che sono
stati affetti da encefalopatia alla nascita e che poi
hanno sviluppato la paralisi cerebrale, rispetto la
popolazione generale. Altri studi hanno osservato che
una percentuale maggiore di bambini con paralisi
cerebrali presentava malformazioni congenite e che i
feti malformati, più frequentemente rispetto alla
popolazione,
mostrano anomalie nel tracciato cardiotocografico, bassi
indici di Apgar ed un primo atto respiratorio ritardato.
Nella casistica presentata da Nelson per molti bambini
affetti da paralisi cerebrale che presentavano
depressioni alla nascita, erano presenti, già prima del
travaglio, fattori predisponenti che possono aver
aumentato la vulnerabilità agli eventi del travaglio di
parto. Purtroppo, la condotta ostetrica in un’ottica di
prevenzione degli esiti neurologici favorevoli non è del
tutto definita, dato che non sono conosciute le cause
responsabili della paralisi cerebrale, che sono numerose
e che spesso risalgono a fasi precoci dello sviluppo;
non si potrà, attraverso un singolo intervento,
prevenire la maggioranza degli esiti neurologici
sfavorevoli. Le informazioni che derivano dagli eventi
avvenuti durante il travaglio, durante l’espletamento
del parto e durante la fase iniziale del periodo
neonatale possono permettere l’identificazione delle
cause che hanno prodotto il danno, nella maggioranza dei
casi, poiché, frequentemente, l’insulto è avvenuto prima
dell’inizio del travaglio. I dati riferiti in questo
studio, su una popolazione di 54.000 gravidanze seguite
in 12 ospedali americani e con un campione di 189
bambini affetti da paralisi cerebrale, suggeriscono un
relativo e modesto ruolo dei fattori che intervengono
durante il travaglio e durante
l’espletamento del parto nella spiegazione
eziopatogenetica della paralisi cerebrale. Da questo
studio è emerso che l’associazione fra gli eventi della
nascita e l’esito neurologico sfavorevole può indurre in
errore, poiché in una considerevole percentuale dei casi
l’esito neurologico può essere associato parzialmente o
totalmente a difetti intrinseci del feto. L’importante
sviluppo delle scienze neurologiche, raggiunto negli
ultimi anni, ha permesso l’osservazione delle complesse
interazioni dei componenti del sistema nervoso centrale
durante il periodo della vita intrauterina e di
interpretare l’azione di alcune interferenze sulle
fisiologiche interazioni all’interno del sistema nervoso
centrale, ciononostante la maggior parte delle cause
della paralisi cerebrale rimangono ancora inspiegabili.
Una delle certezze acquisite negli ultimi anni da
molteplici studi è che l’asfissia ad insorgenza acuta è
associata in maniera minore agli esiti neurologici
sfavorevoli, rispetto all’ipossia intrauterina
prolungata e che la maggior parte dei sopravvissuti
all’asfissia neonatale hanno esiti neurologici
favorevoli e solo pochi presentano una sequela
neurologica grave.
·
Ci sono varie cause antecedenti,
periconcezionali e antinatali sia per l’encefalopatia
neonatale che per la paralisi cerebrale
·
La maggior parte delle condizioni
associate sia con l’encefalopatia neonatale che con
paralisi cerebrale sono collegate a condizioni anteparto
difficilmente imputabili a coloro che presentano cure
mediche.
1.6 Esami strumentali
Il sospetto dell’encefalopatia
in un neonato impone sempre una valutazione
dell’encefalo attraverso la fontanella bregmatica.
L’ecografia transfontanellare è molto utile per
individuare le lesioni dei gangli della base, del
talamo, la leucomalacia periventricolare e danni
ischemici focali e multifocali, ma non è in grado di
rilevare lesioni corticali o del tronco encefalo, in
quanto spesso molto piccole o comunque troppo
periferiche. D’altro canto, la TAC fornisce importanti
informazioni anche riguardo al danno corticale nella
necrosi neuronale selettiva, ma il suo valore è massimo
diverse settimane dopo l’insulto.
L’indagine più accurata
per dovizia di particolari e più precoce nello stabilire
l’entità del danno è la risonanza magnetica nucleare,
sia tradizionale ma soprattutto con le nuove
applicazioni in spettroscopia e diffusione. Queste nuove
applicazioni, infatti, non solo consentono una maggiore
sensibilità nell’individuazione del danno, ma permettono
di anticipare l’indagine alle prime ore di vita,
consentendo di formulare una prognosi tanto accurata
quanto precoce. La risonanza magnetica in spettroscopia
(H-MRS) è stata utilizzata per studiare i cambiamenti
biochimici associati con il danno cerebrale.
Pure
l’elettroencefalogramma dovrebbe essere eseguito in ogni
neonato con sospetto d’encefalopatia ipossico-ischemica.
In particolare, è utile per confermare
o escludere la presenza
di crisi convulsive e attraverso lo studio dell’attività
fondamentale, di stabilire la prognosi a distanza.
Gli esiti anatomici dell’encefalopatia
ipossico-ischemica sono riassunti in tabella 3.
Quadro lesionale
|
Topografia
lesioni
|
Sintomi
neurologici
|
|
Necrosi neuronale
selettiva |
Corteccia
cerebrale, cervelletto |
Ritardo
psicomotorio, convulsioni, danni sensoriali |
|
Necrosi corticale
o multifocale |
Corteccia
cerebrale
|
Paralisi
cerebrale spastica, danni sensoriali |
|
Status marmoratus |
Nuclei talamici e
gangli basali |
P.C.S., danni
extrapiramidali |
|
Infarti
parasaggittali |
Area di confine
tra cerebrale media e posteriore. |
P.C.S., ritardo
psicomotorio, danni sensoriali |
|
Poroencefalia
|
Necrosi
colliquativa postinfart. e postemorrag. |
Paralisi
cerebrale spastica, ritardo psicomot. |
Tab.
3.
Esiti di encefalopatia ipossico-ischemica
1.7
Terapia
Il trattamento dell’encefalopatia
ipossico-ischemica prevede l’adozione di misure spesso
solo conservative, esistendo poche possibilità di far
regredire il danno organico prodotto dall’asfissia sul
parenchima cerebrale. È fondamentale esercitare un
controllo attento e accurato di tutti i fattori di
rischio, che specie nei neonati pretermine possono
aggravare il quadro clinico o provocare lesioni
addizionali. L’uso del phenobarbital è stato certamente
rivalutato non solo per la possibilità di controllo
delle convulsioni, ma soprattutto in vista della sua
capacità di inibire la cascata eccitatoria che amplifica
il rischio di necrosi neuronale.

A.N.I.M.A.


Capitolo 2
LA MIA ESPERIENZA
QUADRO CLINICO
Tiranti Dario
Data di nascita: 14 .07.
1995
Diagnosi: sofferenza
cerebrale perinatale molto grave con complicanze di tipo
trombotico ed ipossico ischemico cerebrale,
manifestatesi con crisi tonico cloniche fin dal primo
giorno di vita; tetraparesi spastica.
Anamnesi
1
Fisiologica:
nato dopo una gravidanza a regolare decorso (alla
trentanovesima settimana), da parto eutocito (vaginale),
spontaneo-sofferente per cordone ombelicale corto;
2
Familiare:
la famiglia di Dario è composta da 5 persone: oltre a
lui, padre, madre e due sorelle più piccole. Avi
sofferenti di ipertensione arteriosa;
3
Patologica remota:
rianimazione primaria in sala parto per asfissia (intubazione).
Ricovero all’ospedale di Careggi nel reparto di terapia
intensiva (10 gg) ed in quello di terapia sub intensiva
(20 gg). Comparsa già dal primo giorno di vita di
convulsioni. All’età di 3 mesi è stata diagnosticata la
Sindrome di West, chiamata anche spasmo in flessione. È
caratterizzata dalla triade: spasmi in flessione, grave
perturbazione dell’elettroencefalogramma (ipsaritmia) e
deterioramento neuropsichico con grave regressione
psicomotoria. Gli spasmi più caratteristici sono
costituiti dal cosiddetto tic di Salam vale a dire da
una flessione brusca del capo e dei quattro arti, con
irrigidimento del tronco, che riproduce il classico
saluto musulmano, spesso della durata di pochi secondi.
A gennaio del ’96, dopo una settimana dalla
somministrazione della seconda dose di vaccino anti
difterite-tetano-pertosse, sono avvenuti episodi
ripetuti di convulsioni, in seguito ai quali si è
provveduto al ricovero ospedaliero. A 8 mesi un nuovo
episodio convulsivo perenne è stato curato con terapia
farmacologia. A gennaio del ’97 è comparsa iperpiressia
fino a 40° C, con conseguenti convulsioni febbrili e
broncopolmonite. A maggio dello stesso anno nuovo
episodio di broncopolmonite con convulsioni e comparsa
d’ipertono generalizzato, per le quali e stato
necessario un nuovo ricovero. Ad ottobre del ’97
ulteriore ricovero per encefalite virale.
Quando Dario è arrivato
in palestra è stata eseguita dal professor Giovanni
Notarnicola e dal professor Renzo Lazzeri una
valutazione iniziale per approntare un piano
d’intervento. Il bambino presentava una situazione
motoria complessiva “grave”:
·
Arti inferiori paretici e con spasmi
·
Arti superiori paretici con dislocazione
dei segmenti ossei del cingolo scapolare e con errate
inferenze articolari
·
Tronco paretico con assenza totale di
controllo senza aiuto
·
Improprietà motoria meccanica e diffusa
·
Nistagmo oculare
·
Nessun segno vocale tranne piccole
emissioni nel pianto, inizialmente assai frequente
All’inizio del
“trattamento” si è proceduto prevalentemente ad una
sollecitazione a livello sensoriale, mentre in seguito
il piano d’intervento ha previsto i seguenti esercizi:
1.
rieducazione
motoria
- esercizi passivi per
gli arti superiori;
- esercizi passivi per
gli arti inferiori;
- posturalizzazione di
base;
- schema passivo;
- mobilizzazione
passiva delle articolazioni con movimenti segmentari di
ciascun arto per conservare un range articolare completo
- esercizi per il
controllo del capo (tonificazione del muscolo
sterno-cleido-mastoideo)
successivamente
l’intervento è stato indirizzato verso una
- mobilizzazione
attiva: sollecitazione dei movimenti ormai divenuti
attivi, di tutti i muscoli innervati, per favorire un
aumento delle loro capacità funzionali
Motivazione per la scelta
del caso
Ho scelto senza
esitazione questo caso come oggetto del mio elaborato,
perché Dario è stato il primo bambino che ho conosciuto
quando ho iniziato il tirocinio (10 ottobre 2003) in
palestra. Dal primo momento, il caso ha suscitato il mio
profondo interesse. Dario rappresenta per me l’esempio
di quanto il desiderio di vivere e la positività verso
l’esistere possano infondere forza, ad una persona in
grave difficoltà alla sopravvivenza.
Nelle fasi iniziali del
mio tirocinio, con Dario ho incontrato molte difficoltà,
ma presto ho avuto anche molte soddisfazioni, sia per
quanto riguarda le collaborazioni che hanno permesso il
buon esito del lavoro, sia per quanto riguarda i
risultati effettivamente ottenuti.
L’eccezionalità del caso
da me proposto deriva non solo dalle aspettative
iniziali e attuali nutrite nei confronti del bambino, ma
dagli stimoli e dall’entusiasmo che suscita lo stargli
accanto; inoltre, la serenità e la voglia di fare di
Dario mi ha aiutato a comprendere i profondi valori
dell’esistenza, al di là di tutte le frivolezze della
quotidianità.
Dall’osservazione delle
difficoltà di Dario, da me svolta sotto la guida del
professore e con il sostegno di un volontario (Antonio
Marrazzo), sono emersi alcuni aspetti degni di nota,
quali:
1)
le strategie individuate inizialmente
sono soggette a continui mutamenti. La proposta così
come viene formulata all’inizio subisce, infatti,
molteplici rimaneggiamenti e alla fine non assomiglia
più a quella iniziale. Tuttavia, questi consistenti
cambiamenti che avvengono di volta in volta non inducono
pensare che le valutazioni e le previsioni iniziali
fossero “sbagliate”, piuttosto, portano a considerare il
tutto come un “processo”, come una sequenza di eventi
che innescano cambiamenti che vanno valutati e seguiti
volta per volta;
2)
fra i tanti
fattori che assumono rilevanza nel trattamento di una
persona gravemente disabile quello sicuramente più
importante è l’aspetto relazionale. Con ciò non si vuole
alludere ad aspetti affettivi non ben definiti, ma ad
una vera e propria relazione interpersonale, ritengo,
infatti, che il problema dell’equilibrio della
relazione, della “giusta distanza” in ogni fase del
rapporto, della co-costruzione di un codice di
comunicazione adatto alle persone che si impegnano nella
relazione, siano questioni che non prescindano da una
competenza tecnica che deve essere presente in chi
compie questo tipo di “lavoro”.
Modelli teorici di
riferimento
Il programma degli
esercizi si avvale delle originali ricerche svolte da
una celebre èquipe di studiosi che hanno impiegato tutta
la loro esistenza a fare ricerche sulla vita dei bambini
di tutto il mondo affetti da cerebrolesioni. I membri di
questa èquipe sono: Glenn Doman (fisioterapista),
Temple-Fay (neurochirurgo), Robert Doman (fisiatra),
Martin Palmer (patologo del linguaggio), Claude Cheek
(terapista del linguaggio), Carl Delacato (psicologo).
Costoro furono i primi a cercare una terapia valida per
queste malattie.
L'obiettivo che questo gruppo di scienziati si pose fu
quello di cercare di far diventare i bambini cerebrolesi
il più indipendenti possibile.
I trattamenti rieducativi
non possono, però, dimenticare la comune vita
ludico-motoria, in allegria e in gruppo; attività che
coinvolge l'individuo nella sua completezza di capacità
motorie, sensoriali, intellettive, affettive,
relazionali e sociali usando la mediazione del corpo e
del movimento.
Le metodiche che prenderò
in considerazione di seguito hanno in comune:
Ø
di essere basate su principi
neurofisiologici che considerano il sistema nervoso come
un sistema unitario e dinamico, costituito da strutture
che hanno uno sviluppo progressivo ed un organizzazione
gerarchica;
Ø
di ritenere vantaggioso un trattamento il
più precoce possibile;
Ø
di utilizzare per un fine terapeutico
movimenti e posture che provocano nel bambino stimoli
sensoriali. Queste stimolazioni portano a modificare il
movimento volontario mediante l’attivazione di circuiti
che danno risposte motorie corrette;
Ø
la ripetizione di schemi di stimolazione
sensitiva. La ripetizione porta ad un funzionamento
facilitato preferenziale dei circuiti nervosi che danno
come risposta schemi motori corretti, determinando anche
il controllo e l’apprendimento;
Ø
lo scopo di evocare al massimo i
potenziali individuali residui.
Tecnica di Fay
Questo metodo elaborato
dal neurochirurgo Temple Fay, è oggi fra le tecniche
riabilitative meno usate. Temple Fay s’interessò
dell’aspetto filogenetico dello sviluppo del movimento
sperimentando l’utilizzazione dei riflessi patologici
per ottenere l’attivazione della funzione desiderata.
Egli chiamò questi riflessi ”unlocking reflexes” perché
la loro utilizzazione aveva lo scopo di rompere il ciclo
ipertonia-immobilità. Il trattamento si basa quindi
sull’uso di questi riflessi o risposte automatiche
presenti nel paziente, indicanti il livello
d’integrazione funzionale da cui iniziare.
Analizzando e comparando
lo sviluppo locomotore dei bambini e degli animali, nel
corso dell’evoluzione della specie, possiamo selezionare
vari livelli: un livello spinale di locomozione
ondulatoria, simile a quello dei pesci; un livello
bulbare di locomozione anfibia nell’acqua; un livello
mesencefalico di locomozione anfibia a terra.
Esistono poi tre
successivi e sempre più alti livelli sottocorticali e
corticali che sono: dapprima la locomozione quadrupedica,
poi la locomozione a stazione eretta simile a quella dei
primati e infine la locomozione eretta tipicamente
umana.
Il trattamento ha per
scopo una ricapitolazione filo-ontogenetica che può
essere attivata a livelli di sviluppo che il danno
cerebrale consente, allo scopo di raggiungere
gradatamente il livello corticale.
Per ottenere ciò, Fay
inizia con la postura supina, rotazione di capo e tronco
o una semplice torsione seguita da strisciamento con
schema omolaterale di braccio e gamba sullo stesso lato,
poi schema controlaterale di braccio e gamba sul lato
opposto.
Oltre che ricorrere all’evocazione passiva-attiva,
attiva assistita e attiva di schemi di locomozione,
Temple Fay usa
i movimenti riflessi per allentare la spasticità.
Il pattern dello
strisciare, eseguito passivamente e ritmicamente, oltre
a ridurre la spasticità, migliora la coordinazione dei
movimenti. Infatti, questi schemi di movimento sono
utili per la coordinazione, i movimenti reciproci, la
concentrazione e il ritmo.
Tecnica di Vojta
Vojta ha selezionato un
intervento di partenza basato sulla diagnosi precoce.
Il metodo parte dal
presupposto che nelle lesioni infantili del sistema
nervoso non si realizza l’integrazione tra alcune
funzioni e cioè:
§
la componente posturale che consiste
nell’attività automatica riflessa di tutto il corpo;
ossia l’attività di orientamento del corpo nello spazio,
sia in riposo che in movimento;
§
la componente di raddrizzamento che
significa la possibilità di avere sempre, in qualsiasi
posizione, la testa orientata in maniera che la rima
boccale sia orizzontale e la faccia sia dritta
frontalmente nello spazio;
§
la componente fasica significa
coordinazione motoria che porta ad una traslazione con
una sua direzione ed una sua velocità.
Qualsiasi tipo di
movimento possiede queste tre caratteristiche.
La carenza prolungata di
adeguate stimolazioni sensitivo sensoriali, dovuta ad un
danno cerebrale anche minimo, finisce, per incidere
negativamente sulla organizzazione delle attività
encefaliche.
Il trattamento dovrebbe
avere lo scopo di indurre la coordinazione automatica
riflessa del comportamento motorio attraverso la
stimolazione di aree somatiche chiamate zone grilletto o
reflessogene.
Le zone reflessogene sono
quattro zone principali e cinque ausiliare,
corrispondenti a determinati livelli spinali.
Sull’arto superiore
facciale la zona grilletto è l’epicondilo mediale
dell’omero, tale zona viene stimolata per ottenere il
movimento di raddrizzamento; la zona ausiliare del lato
facciale è il margine mediale della scapola.
All’arto inferiore
facciale, la zona grilletto è il condilo mediale del
femore; la zona ausiliare corrispondente è la spina
iliaca antero superiore.
All’arto superiore
occipitale la zona grilletto è la parte distale laterale
dell’avambraccio; le zone grilletto corrispondenti sono
due: una a livello della spalla, sul margine anteriore,
l’altra zona è la regione D8 del torace.
All’arto inferiore
occipitale, la zona grilletto è la zona calcaneare; la
zona ausiliare corrispondente è la regione del gran
trocantere.
Con la stimolazione dei
punti grilletto, il metodo Vojta dà particolare rilievo
all’elicitazione di due schemi riflessi fondamentali,
quello del rotolamento e quello dello strisciamento.
La stimolazione di tali
schemi, ripetuta più volte nella giornata, può
trasformare la risposta inizialmente automatica in
movimento attivo.
Ogni zona stimolata,
infatti, determinerebbe la messa in corrispondenza del
metamero di riferimento; la stimolazione contemporanea
di più zone reflessogene, soprattutto nei casi
patologicamente conclamati, attiverebbe la sommazione
spaziale e temporale degli impulsi, che attraverso il
midollo perverrebbero alle strutture superiori fino alla
corteccia cerebrale.
Metodo di Kabat
Kabat, insieme alle
terapiste Margaret Knott e Doroty Vass, elabora una
tecnica riabilitativa basata su una buona conoscenza
neurofisiologica mirata ad ottenere tutta una serie di
risposte legate a fenomeni fisiologici.
Gli schemi di movimento
da insegnare dovrebbero essere quelli usati dall’uomo in
funzione come il rotolamento, il sollevarsi da terra, lo
spostarsi e per le attività giornaliere con l’uso degli
arti superiori. Kabat osservò l’aspetto rotatorio e
diagonale degli schemi di movimento.
Tramite questi movimenti si generava una rotazione
capace di dimostrare, clinicamente, che i muscoli delle
estremità e del tronco, raggruppati in sinergie
specifiche composte da movimenti diagonali- spirali, si
combinano tra loro in flesso-estensioni,
abduzioni-adduzioni e rotazioni.
Lo scopo del trattamento
è quello di ottenere un rinforzo delle risposte,
mediante queste attività motorie.
Il procedimento consiste
nello stimolare il riflesso e contemporaneamente farsi
ritornare l’esecuzione del movimento volontario di
contro-resistenza. Lo stimolo riflesso deve cedere il
posto allo strutturarsi del movimento volontario. Questa
manovra di stiramento si basa su un allungamento veloce
dei parchi muscolari e deve essere associata ad una
trazione e ad una rotazione. Con la prima si cerca di
ottenere una contrazione isotonica, mentre con la
seconda si dà inizio
all’organizzazione motoria, che serve a porre in massima
tensione tutti i gruppi muscolari. Questa contrazione è
controllata, lungo tutto il percorso, dalle mani del
terapista, che le pone in punti strategici, tanto da
organizzare una resistenza verso tutte le componenti
somatiche.
Oltre a queste dinamiche,
nella tecnica kabatiana sono compresi tutta una serie di
meccanismi di facilitazione fino all’uso di tecniche
terapeutiche esterne, quali la stimolazione elettrica
dei muscoli antagonisti, l’uso del freddo.
In definitiva si può dire
che questo metodo ha grandi pregi nella sua possibilità
di stimolare selettivamente. Il metodo è prevalentemente
motorio, e non pienamente sufficiente per risolvere i
problemi della colpita sensorialità neurofisiologica,
anche se il recupero del movimento condiziona spesso il
recupero della sensibilità. La collaborazione e
concentrazione cosciente del paziente è una condizione
irrinunciabile per il successo del metodo.
Metodo Bobath
Secondo i coniugi Bobath,
i bambini cerebrolesi soffrono essenzialmente non di una
debolezza o perdita di forza di alcuni muscoli, ma
piuttosto di un disturbo della coordinazione
nell’attività muscolare. I fattori responsabili di tali
improprietà sono:
1.
anormalità
del tono muscolare (ipertonia, ipotonia, distonia);
2.
difetto di
innervazione reciproca, nel senso di una accentuata o
diminuita contrazione muscolare;
3.
anormale
attività riflessa;
4.
difetto di
sviluppo dei meccanismi riflessi per il mantenimento
della postura e dell’equilibio.
Il trattamento, si basa
principalmente sull’inibizione dell’attività riflessa
abnorme, attraverso posture inibenti i riflessi
(R.I.P.), ossia posture che, cambiando, interrompono
pattern posturali patologici, dovuti alla liberazione
delle attività toniche riflesse.
Inizialmente i Bobath
adottarono R.I.P. globali, ma la loro efficacia era
limitata nel tempo.
Pertanto passarono a
R.I.P. parziali, circoscritti su punti chiave di
controllo, come il capo, il cingolo scapolare, il
cingolo pelvico.
Un ruolo molto
importante, nella metodica, hanno le tecniche di
facilitazione dei pattern normali di movimento.
L’esercizio continuo
permetterà al bambino cerebroleso di fissare a livello
centrale lo schema del movimento normale tenendo conto
del tipo di patologia e della gravità della lesione.
Fondamentale è il riferimento all’età in cui s’inzia il
lavoro di recupero.
Importantissima anche la
manipolazione del bambino, poiché, tramite questa
pratica, può essere attivato un messaggio informativo
atto a sviluppare pattern senso-motori corretti. La
manipolazione, inoltre, darà un senso di piacevole
rilassamento alla terapia del bambino.
Nel metodo Bobath ci sono
altre due tecniche da considerare: il “tapping” e il
“placing”. Il tapping consiste in una stimolazione
propriocettiva e cutanea che si ottiene percuotendo con
le palme delle mani le zone da stimolare e viene usato
per il mantenimento di una postura dopo che è stata
inibita tramite le R.I.P. Il placing viene invece
considerato un tipo di stimolazione mirata a far
attivare un arto o parte di esso guidandolo in ogni
punto delle normali escursioni motorie.
Tecnica di Peto
Peto è neurologo ed
educatore. Il suo trattamento si basa su una solida
conoscenza della neurofisiologia dello sviluppo e pone
l’accento sulla componente adattiva. Tale trattamento
prevedeva l’apprendimento delle sequenze posturali
motorie di sviluppo, l’apprendimento delle attività
motorie della vita quotidiana e, infine, l’apprendimento
delle materie scolastiche.
La cerebropatia deve
considerarsi come disfunzione. Non bisogna fermarsi alla
gravità o alla natura del danno primario, o del deficit
di sviluppo, ma valutare anche l’insufficente
utilizzazione delle potenzialità residue. La disfunzione
può essere anche neuro-fisiologicamente definita come
un’alterazione del processo di reafferentazione, grazie
al quale le sequenze spazio-temporali di un qualsiasi
movimento portano ad un risultato biologico finalizzato.
La disfunzione diventa
ortofunzione con l’apprendimento; il soggetto impara ad
eseguire correttamente un compito biologico e sociale
attraverso un processo che costituisce gradualmente il
sistema regolatore della reafferentazione.
L’apprendimento è complesso ed è ottenuto grazie ad un
trattamento globale unitario. L’unitarietà dell’ambiente
favorisce l’integrazione delle varie attività.
I bambini integrano le
varie attività in conformità a tre principi fondamentali
della pedagogia conduttiva, che sono: il conduttore,
l’intenzione ritmata, il gruppo. Il conduttore è una
figura particolare, assume contemporaneamente il ruolo
di sostituto parentale, insegnante e terapista della
riabilitazione, instrada ogni bambino a risolvere i suoi
problemi, inserendolo nel lavoro collettivo.
Durante lo svolgimento
del movimento, il bambino deve ritmare la sua
esecuzione. La numerazione ritmica mette in ordine le
sequenze dell’azione in funzione dello scopo e facilita
la formazione delle connessioni motorie a livello
corticale. Cantare e contare in modo ritmato durante un
movimento, significa produrre un effetto di regolazione
del tempo che trascorre tra l’induzione verbale e
l’azione. Se il linguaggio favorisce la coordinazione
dei movimenti, quest’ultima favorisce il linguaggio;
mano a mano che la coordinazione dei movimenti aumenta,
il linguaggio si sviluppa migliorando senza altre
terapie specifiche.
Congiuntamente
all’unitarietà dell’ambiente, congrue tra un’attività e
l’altra, vi è anche la coesione di gruppo, un potente
mezzo facilitante.
Tecnica di
Perfetti-Salvini e collaboratori
La tecnica di
Perfetti-Salvini rappresenta il traguardo attuale della
storia delle tecniche riabilitative. L’originalità e la
validità della tecnica del Perfetti e dei suoi
collaboratori sta non nella negazione di un trattamento
che si avvale della sola riorganizzazione
tonico-posturale-motoria a partenza periferica, ma nel
prevedere il recupero, attraverso l’elaborazione più
complessa possibile a livello centrale, di ogni
stimolazione utilizzata.
Gli autori partono da
alcuni precisi presupposti, che sono:
1.
Il recupero
di una funzione complessa, come quella motoria, basato
sulla formazione di connessioni diverse da quelle
distrutte dalle lesioni.
2.
Il movimento
intenzionale, sempre preceduto dalla formazione di
un’immagine complessa.
3.
La sintesi
percettiva, un complesso atto riflesso che motiva ogni
atto motorio, sia all’inizio che durante il suo
svolgimento.
4.
L’interazione fra sintesi percettiva e immagine che
conduce a modificazioni del programma efferente.
5.
Ai fini
educativi, occorre evocare sia l’immagine che la sintesi
percettiva.
6.
L’evocazione
dell’immagine attraverso il linguaggio, fa sì che
l’esercizio terapeutico sia inteso complessivamente come
esercizio intellettivo.
7.
Ogni
organizzazione motoria complessa, deve essere recuperata
con varie afferenze significative.
8.
Ottimizzare
il ricorso a stimoli i cui effetti possono essere
memorizzati e conseguentemente usare metodiche molto
semplici che facilitano tale memorizzazione.
In definitiva, la tecnica
Perfetti, vuole sfruttare l’enorme potenziale
compensatorio, esistente a livello corticale,
utilizzando il linguaggio in funzione di stimolo e di
rinforzo. Questo metodo si sviluppa in quattro tempi
successivi:
1)
Fase del colloquio:
in questa fase si ricercano motivazioni coinvolgenti
adeguate al soggetto da trattare.
2)
Fase del rilassamento:
si
concentra l’attenzione del bambino su alcuni oggetti
stimolo e si chiede una descrizione dei particolari più
importanti
3)
Fase della mobilizzazione passiva
guidata:
è
utilizzata per costruire il movimento corretto
attraverso particolari accorgimenti. Si inizia eseguendo
esercizi indicativi di tipo generico, poi esercizi
nell’indicare gli oggetti più significativi e ricchi di
implicazioni motorie. In seguito si fanno eseguire
movimenti a fine esplorativo, e quindi si passa ad
esercizi più complessi.
4)
Fase della motilità attiva:
che consiste nel far partecipare
volontariamente al movimento il bambino senza scatenare
alcuno schema patologico.
Tale metodo si propone di
osservare le relazioni che esistono tra i vari livelli
organizzativi superiori ed il livello periferico e di
mettere in relazione ciò che è quantificabile (muscoli,
ossa, ecc.) e ciò che non lo è (attenzione, memoria,
intenzionalità).
Il movimento è
considerato non come una somma di tante contrazioni
attivate volontariamente o per via riflessa, ma come il
risultato di processi messi in atto da un sistema che
interagisce con l’ambiente secondo le proprie necessità
con una stretta relazione tra reclutamento muscolare
(movimento) ed elaborazione delle informazioni
(conoscenza).
Tecnica di Doman-
Delacato
Il metodo elaborato da
Doman, insieme a Delacato, poggia sul principio generale
dell’organizzazione neurologica: si tratta di un
processo biologico per mezzo del quale l’organismo
acquisisce o non acquisisce i potenziali ereditati con
il proprio patrimonio genetico. Secondo Doman,
l’ambiente è il fattore che determina il raggiungimento
del potenziale ottimale di organizzazione neurologica.
Altro assunto della sua teoria è lo studio delle tappe
della maturazione nei diversi settori di sviluppo,
l’analisi e costruzione della curva di maturazione nei
diversi settori di sviluppo, l’analisi e costruzione
della curva di maturazione basata sulla gerarchia
filo-ontogenetica dei livelli di integrazione del
sistema nervoso centrale.
In conformità a ciò, la
scuola derivata dal pensiero di Doman considera il
cervello come un trasmettitore di stimoli, nel quale
l’emissione è complicata da numerosi fattori.
Il trattamento è basato
su un continuo bombardamento di stimoli, propriocettivi,
tattili, visivi, uditivi, labirintici, sensoriali,
adeguati al livello, maturativi e somministrati secondo
una particolare intensità, durata e frequenza, lungo
tutto l’arco della giornata. Questo comporta
innanzitutto la necessità di un estenuante trattamento
domiciliare, eseguito dagli stessi genitori, parenti
amici, volontari: quindi un coinvolgimento globale
dell’ambiente sociale e sanitario-educativo. Le
informazioni sensoriali e le attività motorie
conseguenti sono necessarie per il processo di
apprendimento, inteso come manifestazione di una
organizzazione neurologica ottimale. Infatti, al
cervello dovranno pervenire una serie infinita di
informazioni tali da consentire un accumulo, a livello
centrale, di sensazioni basilari contrastanti.
Dopo queste informazioni
elementari si passa ad altre più organizzate, che
programmano le risposte motorie, a cominciare dallo
strisciare sul ventre, operazione che deve essere
seguita da tre o cinque persone, in schema omolaterale
se il bambino non sa ancora strisciare, ed in schema
crociato se il bambino ha già raggiunto la sua prima
locomozione. Nel primo caso si ruota il capo e
simultaneamente si flettono gli arti omolaterali alla
rotazione. Nel secondo caso si flette l’arto superiore
omolaterale alla rotazione, e l’arto inferiore
controlaterale. In seguito s’insegnerà lo spostamento in
quadrupedia, per poi giungere agli schemi motori del
camminare in posizione eretta. Il metodo si completa con
stimolazioni visive luminose monoculari, esercizi di
visione stereoscopica, percezione di rumori, percezione
di sensazioni elementari compresa quella del proprio
corpo. Viene data grande importanza alla posizione
prona, durante il giorno, posizione che i parenti, in
genere, non favoriscono mai, pensando che il bambino
possa soffocare, mentre questa posizione permette di
recuperare le tracce motorie ontologico-etologiche
fornendo inoltre una complessità di stimoli tattili,
uditivi, visivi ed altri, fino al raggiungimento della
dominanza corticale.
E’ difficile provare
quale tipo di trattamento è superiore ad un altro. Sono
molte le variabili che potrebbero influenzare il
risultato del terapista.
Le premesse teoriche dei
vari metodi sono controverse e nessuno degli approcci ha
la risposta completa per la comprensione delle
cerebrolesioni. La mancanza di una “risposta completa”
non deve sorprendere perché né ciò che accade nel
cervello di un bambino con cerebrolesioni, né l’effetto
della terapia sui meccanismi neurologici e psicologici è
ancora pienamente capito. Dall’esperienza pratica molti
terapisti pensano che ciascun bambino è così individuale
nella sua figura clinica e nei suoi bisogni, che è
difficile individuare per ciascun bambino il metodo più
adatto o l’approccio più adeguato.
Difficoltà incontrate e
successi ottenuti
Le maggiori difficoltà
sono sorte soprattutto all’inizio dell’esperienza,
quando Dario ha notato che non era il solito volontario
a sollecitarlo nei vari esercizi, ma un’altra persona;
quindi, in questa fase, la cosa più difficile è stata
conquistare la sua fiducia, sia dal punto di vista
“manuale” sia dal punto di vista relazionale.
All’inizio ho dovuto
fronteggiare vere e proprie situazioni di rifiuto e
cercare di avvicinarmi a Dario mettendo in campo risorse
un po’ strane rispetto a quelle normalmente disponibili.
I successi sono
rappresentati dal risultato complessivo dell’intervento:
a distanza di 15 mesi dalla presa in carico di Dario,
questi è in grado di alzare il capo, di avere un buon
controllo del capo, di portare sopra il capo le braccia,
di toccare le ginocchia, è in grado di integrare il dato
visivo con quello tattile e anche quello visivo ed
uditivo.
Devo dire che ancora oggi
il percorso non sì e concluso e i campi d’intervento
sono innumerevoli, infatti, il bambino sente e ci fa
sentire le potenzialità ad un ulteriore abbattimento di
traguardi.
Approccio personale
rispetto alla problematica affrontata
Di fronte al caso di
Dario sono subito emerse notevoli perplessità, suscitate
dalla mia scarsa preparazione e dall’assoluta
inesperienza. In seguito, ho cercato punti di
riferimento e aiuti sia dal professore, sia
dall’operatore che con maggior frequenza e continuità ha
seguito Dario prima di me, riuscendo ad instaurare con
lui un rapporto di amicizia e diventando un punto di
riferimento e una guida. Di grande utilità è stato anche
il materiale di documentazione.
La finalità postami era
quella di ottimizzare la funzione, di raggiungere un
accettabile tono dell'umore, di un equilibrio
psico-sensoriale e di un "indipendenza" (o autonomia).
La mia impreparazione era
dovuta sostanzialmente al fatto che mi sono trovata a
non avere sufficiente esperienza nel campo, infatti, i
problemi incontrati non richiedevano soltanto soluzioni
individuabili nei libri di testo, ma strumenti che
soltanto un’esperienza vissuta in prima persona poteva
fornire.
OBIETTIVI DEL PROGETTO
Dopo aver cercato di
stabilire dei punti di comunicazione con Dario, capii
velocemente che questi non aveva assolutamente
intenzione di svolgere una vita passiva, Dario è una
sorgente continua di richieste che esprime in modo
indiretto con un’inconsueta capacità di far nascere, in
chi gli è a contatto, le iniziative a “cercare per
andare un po’ oltre”.
Dario ed io cominciammo
col cercare di "migliorare" assieme.
Il nostro programma fu
così improntato:
·
frequenza costante della palestra da
parte di Dario per le "sedute" di attività motoria
adattata;
·
ricerca di soluzioni migliori per
superare quegli aspetti del comportamento motorio che
interferiscono con la valida esecuzione di una attività.
Finalità dell’intervento
L’intervento è stato
necessario e lo è tutt'ora per:
1.
Evitare
l'insorgenza di complicanze, quali le lesioni da
decubito (particolarmente probabili);
2.
Prevenire
retrazioni muscolo tendinee e limitazioni articolari
(sindrome da disuso o da non uso);
3.Adattare i corpi
muscolari e le escursioni articolari alle funzioni
possibili;
4.
Far scoprire
al bambino le potenzialità in termini di
“autosufficienza” dell’utilizzo delle risorse residue;
5.
Far scoprire
al bambino la soddisfazione che deriva dai progressi
raggiunti.
6.
Valutare
sorrisi e mimica gestuale.
ARTICOLAZIONE DEL
PROGETTO
Tenendo conto dei fattori
in precedenza descritti, è stata impostata un’attività
basata sui seguenti presupposti:
a.
ogni movimento dipende direttamente dal
cervello (attivazione globale del S.N.C.);
b.
ogni movimento è l’esecuzione dinamica di
un bisogno d’interazione con l’ambiente (sviluppo della
coordinazione, attivazione di schemi congeniti o
innati);
c.
ogni punto del complesso arco
percettivo-motorio, si affina, si arricchisce e si
semplifica nel tempo stesso con l’esperienza
(memorizzazione nel S.N.C. degli schemi di movimento
proposti).
Basandoci su questi
principi, il nostro “programma” generale, ed
individualizzato, tende a mettere il bambino in
condizioni di conquistarsi il proprio vissuto
senso-motorio, generale e particolare, quindi, la
propria organizzazione cerebrale.
Lo studio attento delle
lesioni e delle funzioni deficitarie ci hanno permesso
di formulare un “programma” individuale volto al
ripristino della massima capacità funzionale di Dario.
Le attività sono state
introdotte di volta in volta con una particolare
vigilanza rispetto all’attenzione, da parte del bambino,
all’esercizio che sta svolgendo e alla sua finalità,
affinché l’esercizio proposto sia effettivamente
partecipato, e non subito passivamente.
Programma di rieducazione
motoria
Quando ho conosciuto
Dario, questi era definito un “vegetale” (per gli
inglesi doll), gli unici movimenti che faceva erano
quelli involontari.
Inizialmente abbiamo
lavorato a livello sensoriale. Alcuni sensi sono stati
stimolati in una maniera frequente e diretta. Ciò è
stato applicato a livello: uditivo, propriocettivo e
visivo.
Durante l’attività
abbiamo giocato con la musica, proponendo l’ascolto di
qualche semplice canzone accompagnato con la chitarra
(foto 1, 2,). Abbiamo potuto notare che Dario
reagiva al genere melodico con sorrisi alternati ad
emissioni di suoni vocalici. Dopo averlo osservato
attentamente, abbiamo dedotto che forse quello era un
modo di esprimere qualcosa che ha dentro. Oltre alla
chitarra abbiamo utilizzato anche degli strumenti a
percussione, quali il jambè.

foto 1

foto 2
Dario pur non riuscendo a
voltarsi verso la fonte sonora mostrava interesse anche
per questa attività e in particolare sembra preferire le
successioni ritmiche a frequenza più alta eseguite con
particolare intensità sonora.
Abbiamo, in seguito,
proposto dei vocalizzi (ortofrenie pluri-tonali) che si
realizzavano appoggiando la bocca aperta del terapista
ben aderente alle superfici toraciche o scapolari e
renali (foto 3, 4, 5). L’effetto
vibratorio che si veniva a creare da ogni vocalizzo,
operava direttamente nel corpo del bambino creando forti
emozioni accompagnate da intense sensazioni interne.
Questo lavoro era
finalizzato a provocare l’ascolto corporeo, vale a dire
la capacità che ha il nostro corpo di reagire
selettivamente alle diverse frequenze con le quali viene
in contatto.
Dopo aver costatato che
Dario presentava nistagmo oculare, si è cercato di
migliorare il funzionamento visivo proponendo all’inizio
una piccola fonte luminosa, una mini torcia, che il
bambino con difficoltà è riuscito a percepire.
Allora abbiamo provato a
proporre a Dario, attraverso l’utilizzo di un telefonino
cellulare, una luce di colore diverso associata alla
suoneria e si è potuto osservare che Dario percepiva e
inseguiva con facilità l’illuminazione in senso
orizzontale.
È stato, proposta anche
una fase di massaggio. La tecnica del massaggio è
originaria dell'India; inizia sul petto, poi sulle
braccia, il ventre, le gambe, il dorso, la faccia,
l'intero corpo. Consiste in un movimento rotatorio,
morbido e leggero simile ad una carezza.
Come sopra accennato,
l’intervento da parte nostra nella prima fase si è
limitato al semplice “trattamento”.

foto 3

foto 4

foto 5
Questo tipo d’approccio
iniziale è stato di grande aiuto, poiché si è riusciti
ad istaurare un buon rapporto con Dario, inoltre,
abbiamo potuto notare che si tratta di un bambino
curioso ed interessato alle proposte che gli vengono
fatte.
Questi, infatti, per
farci capire che quello che gli viene proposto gli piace
risponde con sorrisi e con suoni vocalici.
Una volta “conquistata la
fiducia” di Dario il nostro intervento divenne sempre
più diretto e in continua evoluzione, nel tentativo di
adattarsi ogni volta alle diverse modificazioni che si
presentavano.
Innanzitutto è stato
sollecitato a livello senso motorio. L’approccio è stato
graduale ed è sintetizzabile nei seguenti punti:
1.
Esercizi
passivi per gli arti superiori. Posizione di partenza
decubito supino, corpo ben allineato, braccia lungo il
corpo:
-
Elevazione del braccio:
mantenendo la rotazione esterna a livello della spalla,
estendere il gomito e sollevare il braccio destro del
bambino in elevazione completa con supinazione
dell’avambraccio, estensione del polso e delle dita, poi
ritornare alla posizione di partenza (10 volte)
(foto 6, 7). Poi viene fatto con il braccio
sinistro (10 volte) (foto 8, 9) e subito
dopo lo stesso esercizio viene eseguito
contemporaneamente con entrambe le braccia (10 volte)
(foto 10, 11, 12, 13) e anche alternandole
(10 volte).
-
Abduzione delle braccia:
dalla completa elevazione portare il braccio destro in
fuori e lateralmente in abduzione, e poi ancora in alto
mantenendo l’estensione del gomito, del polso e delle
dita con supinazione dell’avambraccio (10 volte).
Lo stesso esercizio dopo viene svolto col braccio
sinistro (10 volte) e poi contemporaneamente con tutte
due le braccia (10 volte).
-
Flessione delle braccia:
braccia in fuori, flettere il braccio destro
sull’avambraccio e ritorno (10 volte). Poi braccio
sinistro e ritorno (10 volte). Stesso esercizio con
entrambe le braccia (10 volte) e alternandole (10
volte).

foto 6

foto 7

foto 8

foto 9

foto 10

foto 11

foto 12
foto 13
2.
Esercizi
passivi per gli arti inferiori.
-
Decubito supino, flettere anca ed il
ginocchio destro; estendere la gamba opposta e cercare
di far toccare la superficie posteriore del ginocchio
contro il pavimento e ritorno (10 volte) (foto 14,
15), poi anca e ginocchio sinistro e ritorno (10
volte) (foto 16, 17). Stesso esercizio
flettere contemporaneamente le gambe e ritorno (10
volte) (foto 18, 19, 20), poi alternando
gamba destra e gamba sinistra (10 volte).
-
Posizione prona, flettere con la gamba
destra fino a toccare con il tallone i glutei (oppure
fin dove arriva) e ritorno (10 volte) (foto 21,
22). Poi stessa cosa viene eseguita con la gamba
sinistra (10 volte) (foto 23, 24).

foto 14

foto 15

foto 16

foto 17

foto 18

foto 19

foto 20

foto 21

foto 22

foto 23

foto 24
3.
Posturalizzazione di base. Dario, non essendo in grado di
camminare, è stato tenuto per tutto il tempo possibile in
posizione prona, in piena libertà di movimento (foto
25, 26).

foto 25

foto 26
4.
Schema passivo.
Inizialmente è stato eseguito in posizione decubito supina,
posizione di partenza braccia e gambe in estensione,
l’operazione è eseguita da due persone, in schema
omolaterale, ed in schema crociato. Nel primo caso l’arto
superiore va a toccare l’arto inferiore corrispondente che è
in flessione (10 volte) (foto 27, 28, 29),

foto 27

foto 28

foto 29
stessa cosa è stata fatta con
il lato opposto (10 volte) (foto 30, 31, 32, 33)
e in schema crociato (foto 34, 35, 36, 37, 38, 39)
solo in seguito e stato svolto anche in posizione prona.
Viene imposto passivamente da tre o da cinque persone in
schema omolaterale e in questo caso anche a schema crociato
in quanto Dario non sa ancora strisciare.
La tecnica prevede nel primo
caso che un operatore giri la testa mentre un altro flette
il braccio e la gamba corrispondente; un terzo operatore,
posto dalla parte opposta, estende entrambi gli arti; quando
il primo operatore gira nuovamente la testa del bambino, gli
arti flessi vengono estesi e quelli estesi vengono flessi
dagli operatori posti alla destra e alla sinistra del
bambino (foto 40, 41, 42, 43,).
Nel secondo caso si flette l’arto superiore omolaterale alla
rotazione, e l’arto inferiore controlaterale (foto 44,
45, 46, 47).
Gli esercizi descritti fin
ora sono stati alternati ad altri, quali quelli per la
mobilizzazione passiva delle articolazioni degli arti
superiori ed inferiori.
Questi sono stati proposti e
attuati in modo cauto ed adeguato perché utili a limitare la
formazione di retrazioni capsulo ligamentose o lo sviluppo
di retrazioni muscolo tendinee.

foto 30

foto 31

foto 32

foto 33

foto 34

foto 35

foto 36

foto 37

foto 38

foto 39

foto 40

foto 41

foto 42

foto 43

foto 44

foto 45

foto 46

foto 47
Gli esercizi sono stati
eseguiti con movimenti sciolti, delicati, non bruschi. A
volte qualche spasmo ha portato a irrigidire il muscolo o
l’articolazione: in questo caso non abbiamo mai forzato o
abbiamo aspettato qualche secondo prima di riprendere oppure
nel far compiere il movimento e stato fatto tremare l’arto.
Gli esercizi svolti sono
stati
-
Mobilizzazione della spalla.
Arto superiore in flessione, circondurre prima in senso
orario e poi antiorario (5 volte per senso).
-
Mobilizzazione del polso.
Flettere la mano in su e in giù il più possibile, senza
forzare se dovesse comparire resistenza (10 volte).
-
Circondurre il polso ruotando la mano prima
in senso orario e poi antiorario (5 volte per ogni senso).
-
Mobilizzazione dell’anca.
Flettere la gamba e circondurre l’anca in senso orario e poi
antiorario (5 volte per senso).
-
Mobilizzazione della caviglia.
Flettere il piede in su e in giù il più possibile, senza
forzare se dovesse comparire resistenza (10 volte).
Circondurre le caviglie
ruotando il piede prima in senso orario poi antiorario (5
volte per senso).
Nel prosieguo dell’attività,
abbiamo cercato di lavorare anche sul controllo del capo
visto che Dario non lo sorreggeva in quanto presentava uno
spasmo in flessione. Il controllo del capo è stato
considerato quasi esclusivamente un processo di
raddrizzamento e di simmetrizzazione, caratterizzato sul
piano saggittale da una progressione dallo stadio di
flessione a quello d’estensione e sul piano frontale dal
passaggio dallo stadio asimmetrico a quello simmetrico (Koupernick
1968, Gasell e Amatruda 1947).
Tale processo è visto ed
esaminato come il risultato dell’acquisizione della capacità
d’aggiustamento posturale, perciò la valutazione di questo è
limitata all’orientamento del capo sulla linea mediana sia
in posizione prona sia supina, con un allineamento del capo
e del tronco, come risposta riflessa di tipo labirintico e
come espressione dell’inibizione del riflesso tonico
asimmetrico del collo. Le reazioni di raddrizzamento del
capo vengono sollecitate nelle diverse posizioni (da supino,
da seduto, ecc.) con il controllo dei diversi punti chiave:
tronco, cingolo scapolare, cingolo pelvico.
Tale controllo sì e cercato
di eseguirlo con i seguenti esercizi:
-
bascula del capo per tonificare lo
sterno-cleido-mastoideo. Sollevamento e raddrizzamento del
capo nel passaggio dalla posizione supina a quella di
seduta, facilitando il radrizzamento e l’equilibrio del capo
attraverso l’estensione e l’abduzione degli arti superiori
tenuti in extrarotazione. Lo stesso esercizio è stato
eseguito anche da seduto su di una palla di forma strana e
su un cavalluccio di gomma gonfiabile (foto 48, 49,
50, 51).
-
Sdraiato a terra sulla schiena Dario e stato
afferrato per le caviglie e alzato da terra, una volta che
il corpo fosse allineato si chiedeva di sollevare il capo.

foto 48

foto 49

foto 50

foto 51
A Dario è stato dato tutto il
tempo necessario a reagire nel migliore dei modi agli
esercizi fino ad ora proposti, ad assimilarli e inoltre gli
è stato dato anche spazio per “sperimentarli” e fare
esperienze proprie.
Alla comparsa dei primi
movimenti autonomi in forma grezza, quindi, rappresentazione
del gesto (comprensione) e automatizzazione (esecuzione
grossolana), si e passati da una mobilizzazione passiva ad
una attiva facendo partecipare volontariamente al movimento
il bambino. Si è cercato di consolidare il movimento fino a
quel momento appreso per farlo diventare più preciso, più
fluido ed economico (movimento fine).
La mobilizzazione attiva
degli arti superiori consisteva:
-
Nell’aiutarlo ad elevare un braccio mentre
l’altro lo porta su da solo.
-A gambe flesse al petto
viene sollecitato a toccare con l’arto superiore il
ginocchio dell’arto inferiore corrispondente (foto 52,
53)
-Braccia all’infuori: esegue
la circonduzione di un braccio, con la guida del terapista e
contemporaneamente, la stessa circonduzione con l’altro
braccio, in maniera autonoma.
Tenendo conto di quanto
scritto in precedenza, devo in ogni caso rilevare che alla
base di tutto il programma di rieducazione motoria c’è il
gioco. Entrambi rappresentano potenti strumenti per indurre
il bambino alla crescita e al cambiamento.

foto 52

foto 53
Il gioco è un’esperienza
sincretica (poiché adempie più funzioni), che pur rimanendo
sostanzialmente fine a se stessa:
-
Consente di esercitare abilità, sviluppare
interessi e conoscenze, di indirizzare forze operative,
liberando desiderio e curiosità, fantasia e creatività;
-
Permette la scoperta ed il controllo del
proprio corpo e delle sue proprietà come l’esplorazione
progressiva dell’ambiente circostante.
-
È il modo più gradevole per conoscere ed
apprendere;
-
Permette di comprendere le regole delle
relazioni sociali e di renderle formalmente proprie;
-
Consente una liberazione, una elaborazione,
una correzione, una sublimazione delle pulsioni;
-
Consente l’esercitazione del rischio e
l’esplorazione del caso;
-
Infine è occasione d’espressione e di
comunicazione sia implicita che esplicita.
Proprio in quest’ultimo punto
si rispecchia Dario.
In alternativa ai vari
esercizi gli si e proposto:
Þ
Il telone dei pompieri: veniva messo in cima
al telone e fatto scivolare da solo (foto 54, 55),
Þ
La palla di dimensioni abbastanza grandi
(diametro 1 m), dove veniva posto sopra e veniva “dondolato”
nelle varie direzioni, accompagnato con delle canzoncine che
a lui piacciono molto, questo, oltre a considerarlo un
gioco, a Dario serve molto quando presenta rantoli e sibili
perché lo aiutava molto a liberarsi dai catarri presenti
nelle vie respiratorie (foto 56, 57);
Þ
E poi “l’asciugamano”, Dario veniva steso su
un telo e due operatori prendendo i quattro angoli del telo
e lo dondolavano o scuotevano (foto 58, 59).
Devo dire che queste
alternative sono state gradite molto da Dario, che le ha
accompagnate con il sorriso.
Il programma di esercizi è
stato realizzato 2 volte a settimana per 2 ore ogni seduta.
Ciascun esercizio può durare da 1 a 10 minuti. Varie ragioni
rendono importante rispettare esattamente la durata degli
esercizi:
·
Dare degli stimoli brevi e ripetitivi è
meglio per l’organizzazione neurologica e l’integrazione di
funzioni cerebrali
·
Il tempo limitato implica una concentrazione
ottimale.
METODOLOGIA DELLA PROPOSTA
Obiettivo del nostro
intervento per l’effettuazione del progetto è stato quello
di ottimizzare le strategie posturali e di movimento per
migliorare l'efficienza.
Per parlare di ciò bisogna
partire dalla valutazione delle prestazioni funzionali
individuali. Il coinvolgimento attivo del bambino è
essenziale per stabilire i suoi bisogni e le aspettative.
L'intervento nei confronti di Dario è stato incentrato sul
miglioramento di una funzione, basandosi sulle forze
dell'individuo e sulle sue potenzialità di base.

foto 54

foto 55

foto 56

foto 57

foto 58

foto 59
Per aiutare Dario nella
riacquisizione di abilità motorie funzionali, si è lavorato
sia sulle componenti motorie specifiche necessarie per
svolgere un compito, sia sull'attività funzionale allo scopo
di raggiungere gli obiettivi prefissati.
L’approccio metodologico
seguito ha tenuto conto anche del momento della verifica.
Si è fatta una verifica in
itinere, durante lo svolgimento delle attività che gli si
proponevano, per consentire a noi e al bambino di valutare
la risposta al trattamento e, di conseguenza, adattare
obiettivi e strategie.
Successivamente, si è fatta
una verifica dopo tre mesi di fermo, durante il quale il
bambino non ha svolto nessuna attività. In questo caso
abbiamo potuto vedere che tutti i movimenti fin da quel
momento acquisiti, anche se in modo grezzo a distanza di tre
mesi erano ancora presenti.
A distanza di due anni dalla
formulazione del "progetto riabilitativo", si può concludere
che nonostante la grave disabilità che Dario presentava,
sono stati raggiunti soddisfacenti miglioramenti, grazie
all’esistenza di una PIRAMIDALITA' dell’esercizio
terapeutico. Per PIRAMIDALITA’ s’intende che nell’esercizio
vi deve essere una progressione coerente alla possibilità
del paziente, una progressione che deve però essere sempre
portata al limite delle sue potenzialità, per indurlo ad
ottenere un massimo reclutamento ed uno sfruttamento delle
sue risorse residue. PIRAMIDALITA’ intesa anche come
progressione dell'esercizio, una volta ottenuta la risposta
non bisogna mai accontentarsi, ma inserire questa risposta
in un contesto sempre più ampio di movimenti, in modo di
avvicinarsi il più possibile al complesso motorio per cui si
è strutturato
quell'esercizio.
Tutto ciò ha consentito a
Dario la presa di coscienza di essere in grado di fare
determinati movimenti anche se per lo più in forma grezza,
vincendo il blocco dovuto all’infermità.
I RISULTATI
Con Dario una volta posti gli
obiettivi, nella realizzazione abbiamo adattato le strategie
di lavoro all’instabilità e alle oscillazioni del quadro
patologico che a giorni si e presentato con alti e bassi in
particolare a livello respiratorio, bisogna dire che questi
casi sono soggetti molto spesso a broncopolmoniti o a
bronchiti catarrali, quindi presentano rantoli grossolani
diffusi o la presenza di catarro nelle vie respiratorie a
volte tanto fastidiose da non riuscire a farlo lavorare, ed
eseguire quello che gli viene chiesto.
Nonostante ciò, ritengo che
la nostra costante presenza a fianco di Dario abbia reso, in
ogni modo, meno pesante l’esistenza e la quotidianità del
bambino e delle persone che gli vivono accanto.
Valutazione complessiva
dell’esperienza
L’esperienza è stata molto
positiva sia per i risultati ottenuti, sia perché è stato un
momento di crescita umana e “professionale” importante, sia
ancora perché ha coinvolto in modo coordinato volontari
(operatori) appartenenti a diverse realtà lavorative e con
diverse professionalità. Intorno a Dario si è svolto un
lavoro sinergico che ha permesso di ottenere eccellenti
risultati.
Doversi costantemente
confrontare con quest’esperienza è un grande incentivo
all’impegno nell’attività motoria adattata, intesa come
quell’attività che dà delle possibilità, anche se
alternative, per recuperare un livello di vivibilità degno
di un essere umano.
Capitolo 3
VERIFICA DEI RISULTATI
OTTENUTI E RIFLESSIONI CONCLUSIVE
Verifica dei risultati
In questo momento Dario in
ambito terapeutico manifesta maggiore disponibilità e
collaboratività e quindi anche i tempi attentivi sono più
prolungati.
Dario si mostra più
determinato nelle azioni e nelle scelte di gioco, vuole
mostrare le proprie “capacità” richiamando l’attenzione di
noi tutti verso le manifestazioni più adeguate (questo lo fa
quando è in posizione supina e ci porge senza nessuna
sollecitazione le mani portando su le braccia).
Esegue i movimenti corporei
mostrando una preferenza dell’emilato sinistro: infatti, si
apprezza un più valido impiego dell’arto superiore sinistro
(si può vedere quando si aiuta a portare su un braccio
mentre l’altro lo porta da solo, quando a gambe flesse al
petto viene sollecitato a toccare con l’arto superiore il
ginocchio dell’arto inferiore corrispondente).
Durante l’attività
senso-motoria, Dario si mostra sempre interessato anche se
si ritiene necessario anche un continuo sollecitamente da
parte nostra.
Nell’interazione con l’altro
non prende parte il linguaggio verbale anche se si notano
progressi, infatti, ora inizia a fare qualche vocalizzo.
Comunica utilizzando prevalentemente un linguaggio di tipo
mimico.
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
Più volte nello svolgimento
del mio elaborato ho sviluppato delle riflessioni che sono
maturate con il tempo, che hanno portato alla realizzazione
del progetto e hanno accompagnato la maturazione delle
strategie di lavoro.
L’approccio rieducativo
è stato centrato sulla globalità della persona e sul suo
continuo divenire nella dinamica interattiva con l’ambiente
circostante.
L’obiettivo principale non è
solo sviluppare, integrare in modo armonico le attitudini
motorie, sensoriali, percettive e prassiche, e di favorire
attraverso le metodiche e l’esercizio globale della
motricità, non solo l’attività muscolare ed articolare, ma
anche la strutturazione e l’integrazione della corporeità in
termini spaziali e temporali, nonché la costruzione del
pensiero attraverso la rappresentazione mentale dell’atto
motorio agito e la strutturazione dei processi di
comunicazione.
Il bambino vive nel mondo e
con il mondo, in quest’ottica, il movimento del corpo,
assume un’importanza fondamentale nell’organizzazione dei
compartimenti di adattamento all’ambiente.
Il caso di Dario, ha
costituito per me un reciproco scambio di esperienze e ciò
ha determinato un arricchimento e una crescita per entrambi.
Durante questo viaggio Dario
mi ha donato tanto, e questa esperienza ha mutato il mio
modo di vedere e di vivere la vita.
Dario mi ha insegnato che il
senso della vita è vivere, quando Dario esegue i movimenti
richiesti nella maniera più armonica e fluida possibile,
quando Dario sorride, quando Dario abbraccia me o
l’operatore che mi ha affiancato in questo percorso, questo
è il senso della vita. La vita è cambiamento, un incessante
fluire che istintivamente spaventa e uno dei modi possibili
per contenere tale paura consiste nell’abbandonarsi a ciò
che l’esistenza ci offre ogni giorno (D. Trincali 2001).
Questo cammino mi ha donato
degli occhi nuovi e ogni volta che apro gli occhi in modo
puro e autentico dietro al mio sguardo ci sono i suoi occhi
pieni di coraggio, dolore, curiosità, disponibilità, rabbia,
fiducia e tanto amore.
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www.agor.mediacity.it
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www.fisionline.org
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www.psicomotricista.it
RINGRAZIAMENTI
Al professore Notarnicola per
l’aiuto datomi e la libertà lasciatami durante questo lavoro
di tesi, per la grande disponibilità,pazienza e
professionalità con la quale mi ha seguito.
All’operatore volontario
Antonio M.,indispensabile compagno di questa “avventura”, in
mancanza del quale non sarebbe stato possibile la
realizzazione di questo lavoro.
Ai miei genitori per la
fiducia mostratami in questi tre anni durante i quali sono
stati il mio più solido appoggio.
Ai miei amici Massimo e
Monica, Carlo e Cecilia perché sono stati al mio fianco
durante questi tre anni, condividendo le mie “vittorie” e le
mie “sconfitte” incoraggiandomi soprattutto dopo
quest’ultime, affinché giorno dopo giorno, portassi avanti
il mio impegno.
Agli amici, colleghi (Isaura,
Francesco, Gianni) conosciuti in questo corso perché insieme
abbiamo imparato le basi di una splendida “professione”,
abbiamo riso, scherzato e a volte anche litigato.
Alle mie conquiline (Isaura,
Luigia e Simona) per la pazienza dimostrata nei miei
confronti soprattutto nell’ultimo periodo.
A tutte le altre persone che
chi in un modo chi in un altro mi sono state vicine durante
tutto il mio lavoro.
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