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Discorso di
Davide a Corsagna
Sono contento
di essere qui a Corsagna. Questo è un paese speciale, dove
la gente che incontri ti saluta e si offende se non entri in
casa a prendere qualcosa da bere o da mangiare. Da piccolo
venivo a carponare per le stradine di Corsagna e dopo poco
dietro di me c'era una fila di ragazzini e bambini che
carponavano insieme a me e mi facevano il tifo. Nessun
bambino è fuggito spaventato dal mio modo di spostarmi, dal
mio essere "diverso", nessuna mamma li ha richiamati perché
si sporcavano o per dire loro: "ma non lo vedi com'è,
poverino?" come mi è successo da altre parti.
Quindi non c'è posto migliore di questo per parlare di
integrazione. Perché la vera integrazione nasce
spontaneamente, senza tanti giri di parole, senza tanti
progetti. Si vive insieme e basta. Si fanno esperienze
condivise, ognuno a modo suo. Ci vuole grande apertura
mentale, lo capisco, ma forse neanche quello. Basta pensare,
da parte di tanti normodotati: : Cosa farei io al suo posto?
Come vorrei essere trattato? E se avessi io un figlio così?
Basterebbe mettere in pratica: "Fai agli altri quello che
vorresti fosse fatto a te"...
E' un messaggio universale che appartiene alla nostra
cultura cristiana, ma che troppo spesso dimentichiamo per
chiuderci dietro pregiudizi, falsi pietismi, paure e altro
ancora, invece di aprirci agli altri.
E' una cultura del rispetto per l'altro, del diverso, delle
differenze che troppo spesso fatichiamo ad accettare.
Che è diverso fa paura, ci scombussola, tira all'aria le
nostre convinzioni, ci dà insicurezza. E questo non ci
piace. Preferiamo allontanare da noi, dalla nostra mente ciò
che ci infastidisce e allora discriminiamo, isoliamo. E'
successo molte volte e succede ancora oggi quando guardiamo
un bimbo paralizzato, incapace di parlare, e non vogliamo
vedere i suoi occhi. Spesso sono occhi intelligenti, vivaci,
che chiedono aiuto, che esprimono la voglia di comunicare...
ma non li guardiamo. Veramente. Non ci scervelliamo per
trovare anche per quel bimbo una forma di comunicazione.
Conosco bambini lesi che comunicano toccando con le dita
una tavoletta su cui sono riportate lettere con cui
compongono parole, frasi, espressioni. Oggi conosceremo
Claudio Imprudente che comunica guardando le lettere che
sono su una tavoletta trasparente,. Quello che esce non
dalla bocca ma dagli occhi di Claudio è un infinito,
bellissimo inno alla vita, alla voglia di vivere pienamente,
che condivido in pieno. Perché noi non siamo infelici.
Abbiamo degli handicaps ma anche delle abilità diverse dagli
altri. Siamo diversabili. Diversamente felici.
Mia madre mi ha sempre raccontato che ciò che la feriva di
più, quando ero piccolo e completamente paralizzato, erano
gli adulti che portavano via da me i bambini strattonandoli,
a volte, come se avessi qualche rara malattia infettiva,
contagiosa.
Ancora oggi, quando cammino per le strade con la mia
andatura sbilenca, i bambini sempre si fermano o si girano
incuriositi per guardarmi.
Non mi danno fastidio i loro sguardi perché manifestano
interesse, curiosità. E nei bambini la curiosità va
soddisfatta.
Quasi sempre mi fermo e spiego loro che cosa ho, cosa mi è
successo.
Spesso gli adulti intervengono coi bambini con frasi tipo:
“Non si fissano così le persone” oppure “Fatti i i fatti
tuoi”.
Questi atteggiamenti mi danno fastidio, mi fanno incavolare,
anzi! Perché non permettono di capire e sono falsi,
impostati, impastati di pietismo che deprime noi che abbiamo
degli handicaps.
Mi piace parlare coi bambini, vedere i loro occhi sgranati
su di me. Mi piace ascoltare le loro reazioni quando
racconto loro la mia nascita, il lavoro che ho fatto con la
mia famiglia, gli amici che ho incontrato e mi hanno
aiutato, le personale che non mi hanno capito. Si arrabbiano
con me, sembrano pronti a partire per una crociata contro
medici incompetenti, persone false e piene di pregiudizi che
discriminano.
Sono importanti i bambini, per una semplice ragione: sono il
nostro futuro. E se vogliamo cambiare qualcosa nel nostro
mondo, nelle nostre mentalità, bisogna partire da loro.
Quello che apprendono da piccoli, quello che li colpisce,
rimarrà per sempre nelle loro menti e nei loro piccoli
cuori.
Da lì partiranno quando si troveranno di fronte la
diversità.
Da lì attingeranno le risorse per capire meglio chi è
diverso.
Da piccoli si formano la mentalità aperta di cui parlavo
prima.
Da piccoli capiscono che il mondo è un grande contenitore di
diversità e proprio nella diversità sta la ricchezza del
nostro essere umani.
Diventeranno così persone capaci di vedere al di là delle
apparenze, di intuire ciò che sta dietro ad un corpo che non
risponde ai comandi del cervello.
Diventeranno belle e brave persone.
Come Giovanni Notarnicola, che mi ha visto quando ero
piccolissimo e stavo appena uscendo dalla paralisi. Avevo
ancora difficoltà a parlare e mi muovevo ovunque carponando.
Attraversai velocemente il giardino di casa sua per
arrampicarmi su di lui, tra le sue braccia. Mi fece fare
qualche giochetto, poi esordì con una frase che è rimasta
impressa a fuoco nei miei genitori: “Questo bimbo ha
un'intelligenza superiore”.
Quella poi l'ho persa strada facendo, come mi dicono i miei
quando li faccio arrabbiare, ma la forza e l'energia che
Giovanni ha trasmesso a mio padre e a mia madre in quella
lontana domenica è stata fortissima. Nessuno, all'infuori di
loro, a quell'epoca, avrebbe scommesso su di me e si pensava
ancora, specialmente nel nostro ambiente piuttosto chiuso,
che chi avesse subito problemi al cervello, come me, fosse
irrimediabilmente scemo.
Giovanni è riuscito a vedere al di là. E' riuscito a dare
forza a chi doveva vivere con me e affrontare per me lotte
di ogni genere.
Giovanni è un grande che, come si suol dire, "se non
esistesse bisognerebbe inventarlo".
Ha capito prima di molti altri quanto è importante per tutti
il mettersi alla prova, l'usare il proprio corpo in mille
infiniti modi, il divertirsi.
Insisto molto in questi ultimi tempi sul divertimento:
fondamentale per tutti, ma in particolare per chi è
diversabile come me.
Per le lesioni cerebrali che ho non riesco a camminare bene
come vorrei, a scrivere manualmente, a correre, a tirare
calci ad un pallone. Cado spesso, ho un'andatura sbilenca,
ci vedo male, storgo gli occhi, inciampo negli ostacoli, non
riesco a comandare come vorrei le mie mani... E allora cosa
dovrei fare? Piangermi addosso? Lagnare a giornate? No,
davvero! Non sono, non voglio essere un infelice!
Quando cado, con grande sgomento dei miei amici, mi rialzo,
faccio una bella sghignazzata e via.
Riparto come se niente fosse accaduto.
Le mie mani non si muovono come vorrei? Uso il computer e
scrivo paginate.
Mi guardano fissamente mentre cammino per la strada? Ci rido
e me ne frego.
Non ho più voglia di soffrire.
Non mi voglio più far ferire dagli sguardi, dalle parole,
dalle frasi mormorate.
Apprezzo chi mi è amico davvero, che è sincero, aperto e mi
tratta come un normale.
Non sopporto gli ipocriti, i pietosi, gli indifferenti.
Tutte queste cose le dico anche nel mio libro "La mano nel
cappello", pubblicato nell'ambito dei progetti di "Uno
spazio per le idee" che la Provincia ha ideato per
finanziare le migliori idee giovanili.
Il mio libro è una semplice raccolta di riflessioni, poesie,
esperienze che ho fatto in questi ultimi anni della mia vita
da diversabile.
Mi telefonano e mi scrivono continuamente per dirmi che è un
libro commovente, ma anche divertente. E questo mi fa
immensamente piacere. Perché voglio far ridere, voglio far
capire la bellezza della nostra vita, vorrei far apprezzare
a tutti il poco e il tanto, il bello e il brutto, l'allegro
e il triste che ci è capitato di vivere.
Ritengo che sia indispensabile reagire sempre a ciò che di
brutto ci succede.
Non bisogna arrendersi alle difficoltà. Bisogna combattere
fino in fondo per raggiungere "il traguardo finale: una vita
da vivere in piena libertà", come dico nella poesia "La mano
nel cappello" che ha dato poi il titolo al libro.
La mano nel cappello è il destino che ci tira su, a sorte. A
me è toccato l'handicap.
Ho sofferto, non mi sono accettato per molto tempo, ma
sempre ho combattuto per andare avanti, per avere una bella
vita: piena di avventure, brillante, ricca di amore.
Ho capito che quello che mi era capitato in una nascita
sciagurata non mi doveva schiacciare ma dare un senso
diverso alla mia vita da diverso.
Ho capito che dovevo parlare della mie esperienza
particolare per far capire ai normodotati la ricchezza che
c'è in ogni vita, anche in una vita da diversabile.
Vorrei far capire anche l'importanza dell'ironia, del
ridere, del non prendersi troppo sul serio.
Spero che il mio libro serva a far capire quanti ostacoli
effettivamente un diversabile si trova davanti. Spesso sono
ostacoli minimi a cui tanti normodotati non pensano per
niente.
Per questo è importante parlarne, farli presenti.
Non è la buona volontà che manca nelle persone: spesso
proprio non vedono le cose dal punto di vista degli altri.
Sicuramente è importante avere intorno persone che non sia
arrendono e ti danno la forza di andare avanti quando tu per
primo non ce la fai più.
In questo caso entra in gioco la famiglia come nucleo
centrale, come forza da cui attingere.
Una famiglia che troppo spesso è dimenticata ma che va
aiutata anche concretamente quando al suo interno ci sono
persone in difficoltà.
Una società è davvero civile quando si occupa seriamente dei
suoi componenti più deboli.
Non lo dobbiamo mai dimenticare.
Ho già espresso in Provincia quello che è l'ultimo dei miei
sogni da realizzare. Vorrei parlarne anche qui.
Mi piacerebbe riuscire a creare un'associazione, o un gruppo
di persone che abbiano il solo scopo di far divertire i
ragazzi diversabili come me.
Nel corso della mia ultima gita scolastica, a Barcellona, ho
avuto modo di andare in discoteca.
Era la prima volta che ci mettevo piede.
E mi è piaciuto da morire. Mi sono chiesto se non fosse il
caso di prevedere momenti di incontro coi coetanei in
contesti che per loro sono del tutto normali ma per noi
diversabili no.
Mi piacerebbe mettere su una rete di persone che si
impegnino ad accompagnare me e i ragazzi con problemi dove
sono gli altri ragazzi che problemi non ne hanno, hanno
semplicemente la stessa età e la stessa voglia di vivere, di
ballare, di incontrarsi.
Troppo spesso noi ragazzi diversabili siamo considerati come
"angeli" puri e poverini che non hanno desideri particolari.
Mi dispiace distruggere un altro pregiudizio, ma non è così.
Anche noi abbiamo voglia di divertirci, di frequentare i
coetanei, di vedere belle ragazze...
Chissà che non nasca qualcosa dal mio sogno? Lo spero tanto.
Ho pensato che si potrebbe fare una convenzione coi locali
della Lucchesia, si potrebbe chiamare l'iniziativa "Divertimente"...si
potrebbe... ma per ora è solo un sogno.
Io, che sogno pochissimo di notte e quasi mai ricordo ciò
che ho sognato, faccio spessissimo sogni ad occhi aperti.
Sogni che sono desideri.
Ho desiderato fino allo spasimo di camminare e, dopo anni di
programma, sono riuscito a mettermi in piedi.
Ho sognato di andare a scuola come tutti. E il sogno si è
avverato.
Ho sognato di trovare degli amici e così è avvenuto.
Il mio desiderio di oggi è che il mio libro possa fare del
bene a tutti e contribuire ad aiutare concretamente chi ha
bisogno.
Il mio sogno è di riuscire a creare per me e per chi ha i
miei problemi una vita migliore, divertente, ricca e piena.
I sogni non finiscono mai.
Non mi arrenderò finché non li avrò realizzati tutti, uno ad
uno, per me e per gli altri come me. |