A.N.I.M.A.

 

 

LA VITA? UN DITO INDICE CHE SPOSTA IL MOUSE


La sua vita è un dito puntato sul mouse di un computer. Un dito, l'indice della mano destra, l'unica parte che può muoversi, farlo scrivere, esprimersi, viaggiare attraverso i colori di un CD Rom. La storia di Paolo Catelli è questa. Un ragazzo di 25 anni, da ventitrè afflitto da una forma di distrofia muscolare che pian piano gli ha tolto le forze e possibilità di movimento. Ma non la fantasia, la voglia di disegnare, scrivere racconti. Paolo abita al primo piano di una palazzina in Via Falcucci, al Campo di Marte. Vive su una carrozzella, attaccato ad un respiratore che non può lasciare neanche per un attimo. E' chiuso in una stanza, col computer, una tv e un videoregistratore, lo stereo, e le pareti tappezzate di disegni e collage. La sua personale galleria.
"Ecco, questo è il mio mondo" dice, parlando a fatica dietro la mascherina, sotto gli occhi dei genitori, il fratello gemello, fabbro come il padre.
Dal chiuso della sua stanza, il suo nome e la sua storia sono rimbalzate all'esterno. Non per un caso. Il 31 maggio inizierà una maratona di tennis lunga un giorno, al circola Nadir di San Donato in Collina, Servirà a raccogliere fondi in favore dei bambini disabili, e ospiterà una rassegna di disegni: tutti firmati da Paolo Catelli, fra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90. Non è la prima volta che succede. Paolo ha già esposto in passato. E quando dipingere è diventato difficile, quasi impossibile, ha scritto novelle, piccole fiabe, racconti. Il primo è stato stampato e distribuito davanti alle scuole elementari. Altri sono stati raccolti in un libretto illustrato. Un altro ancora, "Zio Paperone e le cercapetrolio", è stato inviato alla Walt Disney italiana che ora sta pensando di sceneggiarlo e pubblicarlo su un numero di Topolino.
"Piccole soddisfazioni" sorride Paolo. Come quelle regalate dalla Swatch, che ha realizzato due orologi - prototipi con sullo sfondo un paio di disegni del ragazzo. "Ce li hanno inviati dalla Svizzera, e noi li teniamo qui, bene in vista sul televisore" racconta la madre.
venti anni di malattia vuol dire un eterno duello con la burocrazia di ospedali e Usl, ricorda il padre. Ma significa anche essere sempre pronti a cambiar vita e abitudini per rispondere ai passi avanti della distrofia.
Nella stanza di Paolo convivono, fianco a fianco, gli strumenti necessari per resistere e per esprimersi. Il generatore che garantisce energia elettrica al respiratore anche quando la linea viene sgambettata da un black out, il programma del computer studiato per permettere a Paolo di scrivere con un dito solo. La mascherina attaccata al viso e i pennarelli dalla punta speciale per disegnare giraffe, ricopiare quadri ed emozioni di Van Gogh. Racconta Elio Catelli, il padre: "Paolo ha scoperto il disegno e la scrittura negli ultimi nove, dieci anni, e nel tempo ha cambiato stile, soggetti".
Dice Paolo a bassa voce: "Creare mi serve per star bene. Chi è malato come me deve pur attaccarsi a qualcosa, non deve lasciarsi andare":
I primi sintomi a quando Paolo aveva appena due anni. A quattordici articolava solo la mano destra, a venti solo l'indice e il medio con i quali stringeva pennarelli e creava disegni, ritratti. Da otto anni non può staccarsi dal respiratore artificiale, e oggi muove solo l'indice della mano destra, con cui scrive, ma sogna di riprendere a disegnare. Il programma per il computer è stato studiato dal professor Giovanni Notarnicola, l'amico psicologo, e messo a punto da un cugino esperto di informatica. Funziona così: Paolo punta con il mouse le lettere sullo schermo e poi clicca quando raggiunge quella giusta.
Sempre con il mouse apre e scopre videogiochi, viaggia nel CD Rom, come in quello sul museo degli Uffizi, uno dei preferiti.
"Le storie - racconta Paolo - mi vengono in mente per caso, leggendo un giornale, guardando un documentario in tv. Parlo di ambiente, animali. Mi cresce dentro uno spunto e poi elaboro la trama, lo sviluppo. Ho così tanto tempo per pensare. Magari se potessi uscire come tutti non ce la farei a scrivere tanto".
I racconti, illustrati con i suoi disegni, parlano di orche e delfini, orsi e boscaioli. Paolo le descrive afondando nei particolari, spiegando come la malattia ha mutato le sue tecniche di disegno. mentre parla, quando deve spostare il gomito sul bracicolo per indicare un particolare su un foglio, mostrare un fumetto, chiama i genitori accanto a lui. La madre non lo lascia mai. Il padre si sveglia alle 6 e con l'altro figlio, per dodici ore, resta nella bottega da fabbro. La notte tocca a lui alzarsi quattro, cinque volte, per cambiare posizione a Paolo.
La vita d'artista del figlio è cresciuta attraverso il suo lavoro, le file infinite davanti agli sportelli delle Usl, le richieste di rimborso dei tanti e necessari strumenti per alleviare la malattia. Spiega il padre: "La Usl ci passa il respiratore che deve essere cambiato ogni cinque, sei anni, ed ora anche la mascherina che ogni tre mesi deve essere sostituita".
E continua: "I rapporti con le Usl sono difficili, complicati dalla burocrazia: E' un vortice di timbri, certificati, richieste, attese agli sportelli. Non è facile, perché in vent'anni di malattia i referenti cambiano di continuo all'ospedale, e così si perdono i contatti, i punti di riferimento e sei costretto a ricominciare sempre da capo. Per la verità la Usl aveva proposto di assegnare un'infermiera. Ma mia moglie non vuole, pensa a tutto lei".
Dall'esilio della malattia, Paolo esce scrivendo. e parlando con chi lo va a trovare. Molti parenti, gli amici della Chiesa, qualche dottore rimasto legato alla famiglia.
Il suo è un caso raro, non unico. "A Firenze ci sono almeno 15 ragazzi come Paolo, altri quaranta bambini affetti da forme di distrofia meno gravi" dice il professor Notarnicola preparando i disegni per la mostra.