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CURRICULUM VITAE
Nome : Antonio
Cognome : Marrazzo
Nato : Nocera Inferiore
(SA) il 16.06.1968
Sport praticati
:
Calcio (campionato
dilettantistico ed amatoriale)
Nuoto
Sollevamento pesi
Atletica
Occupazione :
Ufficiale Polizia
Tributaria e Giudiziaria
Ufficio di Appartenenza :
Ufficio delle Dogane – Firenze
Anno inizio Collaborazione con ONLUS ANIMA :
1998
Formazioni specifiche ed esperienze:
Attestati annuali di
tirocinio e ricerca sui temi dell’offerta ludico motoria per soggetti da
disabilità psico-fisiche e sensoriali, congenite, acquisite e di origine
emotiva : dal 1998 al 2006
Anno 2002 : Partecipazione corso formazione per approccio motorio e
sportivo di soggetti con disabilità (Associazione Italiana Cultura e
Sport)
Anno 2002 : Diploma Operatore sportivo per soggetti con disabilità
(Associazione Italiana Cultura e Sport)
Anno 2003 : Corso di aggiornamento (Associazione Italiana Cultura e
Sport)
Anno 2003 : Corso di aggiornamento Tecnico – Pratico
Postura : Analisi e Trattamento
Anno 2004 : Partecipazione
Seminario “Attività motorie in età evolutiva”
Anno 2005 : Progetto
ADIUTOR : L’amministratore di sostegno, vincoli, potenzialità e
prospettive. (Corso annuale presso CESVOT – Firenze).
Anno 2006 : Diploma di
Amministratore di Sostegno per soggetti con disabilità.
Cosa lo ha spinto verso l’attività presso l’associazione
A.N.I.M.A.:
Lo sguardo in su perso
nell'immensità della Volta.
Il pensiero di potervi navigare anche da soli, navigare fino a dove il
pensiero si perde.
Fisso un punto, quello più luminoso, forse è Venere.
Fu chiamato così perchè i primi pionieri dell'astronomia lo videro bello
e brillante, ma non sapevano che è saturo di gas micidiali e pioggie
solforose.
Adesso una nuvola ne imprigiona la luce.
Il passare del tempo sembra fermarsi, ma forse non ha mai rallentato.
Ma esiste il tempo?
Forse fu creato solo perchè quando si è soli ci accorgiamo che passa.
La voglia, il desiderio di immergersi nelle profondità del mare dove ha
avuto inizio l'Umanità, e vedere Poseidone scagliare il Tridente su uno
scoglio.
Si sente un treno in lontananza.
Lo sguardo si rialza, Venere è ancora prigioniero, prigioniero di un
meccanismo perfetto, troppo perfetto.
A volte mi chiedo se esisto veramente.
Arrivo a dubitare di tutto, a chiedermi se tutto questo non è che un
sogno di un bambino che ancora deve nascere o soltanto i ricordi di una
persona che non c'è più, che adesso sotto forma di energia vaga per
l'universo cercando di raggiungere un punto, un punto lontano, forse uno
di quelli che si vedono sulla cintura di Orione, dove potersi liberare
dalle oppressioni e dalle convenzioni cui si è sottoposta.
Come dimostrare che esisto. Adesso.
Potendo posso dubitare di tutto , ma non posso dubitare dei miei dubbi e
delle mie incertezze.
Forse il segreto della nostra esistenza è proprio quello di dubitare.
Se non posso dubitare che adesso sto dubitando allora esisto.
So che tutte le domande sono una sola.
Così spero che un Dio ci sia. Quel Dio che dorme nella pietra, respira
nelle piante, sogna con gli uomini.
Raddrizzo la testa chinata da un lato.
Le cicale cantano in una notte a forma di cattedrale.
Ora Venere non è più prigioniero. Forse anch' io mi sono liberato ed ho
trovato una luce di semplicità, adesso anch'io sono un uomo che ha
trovato il suo cammino.
Quando il mio Essere si accorse che il nuovo portava verso oceani più
vasti di sapere, allora mi levai e vagai con lo sguardo di aquila
lontano dalla torre della mia attesa, dove avevo scelto per quel tempo
di stare.
Soffiò poi un vento di partenza, posi le braccia piegate invano verso
l'alto per imparare a volare; il vento cambiò come il tempo domani, e
domani era tempo di andare.
Il ponte levatoio si abbassò ed un cavaliere in nero incominciò il suo
viaggio alla ricerca dell'umano desiderio di emergere e di conoscere.
Uscendo mise le mani sugli occhi, nessuno lo poteva vedere per
anticipare il sapere del buio, e navigare nella notte sul suo veliero
fantasma con le vele tese dal vento di nuovi sogni in un silenzio
irreale; in quel silenzio avrebbe cercato parole nuove.
Lui non scappava da qualcuno, ma da se stesso dall'ergastolo di quella
eternità; dallo specchio dei giorni tutti uguali, solo ogni giorno un
po' più vecchio.
Era ora di andare. Attraversò quel cielo esposto al sole lasciando
l'acqua e zattere di terra sotto gli stivali, ritornò al mare proprio
come un giorno lontano, camminò lungo le spiagge lasciandosi alle spalle
costruzioni di pietra, battaglie, carri luminosi e notturne serenate.
Varcò la consapevolezza del presente in quei luoghi geografici senza una
mappa preimpostata, visitò posti fuori dalle rotte dove c'è bisogno di
spazi, in uno spazio sconfinato per un mondo affamato di giustizia e di
pane; giunse in un luogo dove negli anni molte braccia avevano lottato
contro quelle ingiustizie che sono riservate a chi la vita aveva spento
il sorriso.
L' uomo tra i cocci di pavimento in un eco di solitudine e passi così
lenti da poterli riascoltare; la schiena curva in avanti per osservare
il domani.
Di notte, mentre un aereo solitario solcava il cielo nero di pece sopra
di lui, approdò su un isola; rocce nere d'inchiostro incastrate in
quell'acqua chiara di mare. Seguì un canto, quasi un richiamo, portato
dal vento o da una sirena.
Egli sfidò il tempo, guardandolo dal retrovisore di un auto in corsa,
cercando di capire a cosa corrispondono le pennellate bianche della
mezzeria che scivolano come acqua di fiume alle sue spalle.
Se andava veloce sembravano perdersi in una striscia unica; ed al
rallentare l'asfalto tornava a spezzarle e lui riusciva quasi a
percepirne di ciascuno di loro; ad identificarle, a chiamarle per nome.
Nel caos che regnava nella sua testa, tra i mille torti, tra le
discordie, tra immensi dolori e sofferenze c'era una cosa che aveva
elevato la sua anima alle proprie origini. Quella cosa era l’essere
impavido.
Si scagliò contro il tempo , per capire che forma avevano i suoi
pensieri.
Porse quel viso guerriero senza mostrarne i segni di resa, entrò in una
macchina del tempo, ripartì lasciando lo spazio di ieri o del più
lontano dei tempi per andare diritto oltre le cime del futuro.
Sperava di riuscire a vedere il giorno che nella Bibbia è chiamato
Armaggedon; cioè la fine di tutte le cose. Sperava di poter vivere il
momento in cui il Sole consumato tutto il suo combustibile collassasse
su se stesso, per poi esplodere e distruggere quasi tutti i pianeti del
suo sistema, quindi, collassare di nuovo e diventare una Nana Bianca.
Ma nell'immensità del cosmo il tempo non esiste, oppure, se esistesse
non sarebbe delle dimensioni di quello inventato dall'uomo.
Come il cavaliere sono ancora in viaggio, e non siamo ancora giunti alla
meta, per continuare ad essere giovani e non far passare il tempo; ma
anche se passasse peggio per lui, noi ci siamo ancora e ne abbiamo di
tempo.
Venere è sparito , schiarito nel cielo più chiaro e ora di provare a
dormire, come nelle favole delle storie qualsiasi che non finiscono mai.
Ma questa è un'altra
Storia.
Preghiera Normanna
Ecco là io vedo mio
padre.
Ecco là io vedo mia
madre.
Ecco là io vedo i miei
fratelli e le mie sorelle.
Ecco là io vedo tutti i
miei parenti fino alle più lontane generazioni.
Mi invitano tutti a
raggiungerli ed a prendere posto con loro nella sala del Wahalla dove
solo l’impavido può vivere.
Veniva recitata dai
guerrieri Normanni prima della battaglia.
Nel cammino della nostra esistenza le esperienze sono innumerevoli, si
incontrano ogni giorno persone nuove.
Persone che lasciano sempre, a loro insaputa, un qualcosa dentro di te,
dentro l’armadio dei tuoi ricordi e delle tue impressioni.
Poi un giorno come questo quando ti ritrovi da solo vicino alla tastiera
di un computer, una volta era la penna e la carta, le porte di quell’armadio
si aprono ed i cassetti pieni di ricordi e sensazioni desiderano di
essere aperti.
Di tutti i cassetti presenti nel mio armadio si apre quello dove sono
conservate le emozioni vissute insieme a persone speciali.
Su questo cassetto vi è scritto anno 1998, l’inizio di quello che di
seguito vi racconterò.
In quell’autunno mi allenavo alla palestra IZUMO di Firenze, nel cercare
di recuperare da un intervento al ginocchio, ed un pomeriggio, mentre io
ero preso da un allenamento alla LOT MACHINE, un omone in tuta ginnica
mi tocca la spalla e mi dice: “mi puoi aiutare oggi sono da solo e tra
un po’ arriveranno tanti bimbi”.
L’omone era, ed è, il Professor Giovanni Notarnicola.
In quel periodo tante volte , durante i miei allenamenti, avevo voltato
lo sguardo per vedere l’attività che Giovanni svolgeva.
Lo avevo visto fare lezioni ai ragazzi universitari e lo avevo visto
impegnato nel portare un sorriso di speranza a quei ragazzi , o meglio
dire a quei “soggetti con disabilità”, cui la società moderna nega.
Lo vedevo cantare, fare il clown, fare quella attività, chiamata da lui
Ambientalismo Attivo, in una palestra che in quelle ore si trasformava,
a seconda delle situazioni, in un giardino fiorito, in un granaio, in
una piscina o in un campo di girasoli.
Quel giorno interruppi il mio allenamento con la curiosità di vedere
cosa lui si sarebbe inventato e cosa mi avrebbe chiesto di fare.
Mi fu chiesto di fare una cosa che potrebbe sembrare semplice , ma non
lo è, ovvero cercare di far giocare dei bambini autistici.
Dopo circa due ore durante le quali non ero riuscito neanche a scalfire
il muro che divideva me da loro, Giovanni mi disse: “tranquillo, non
pensare che siano oggetti vuoti; hanno una loro identità, sei tu che
devi entrare nel loro mondo e non viceversa. Il fatto di averti chiesto
un aiuto non è stato un caso, sento che tu darai sicuramente tanto a
questa associazione sempre che vorrai continuare a stare con noi”.
L’associazione era, e
tuttora è, la ONLUS A.N.I.M.A.
I giorni a seguire andai,
ma era vista da parte mia come una sfida; volevo vedere fino a che punto
Lui era convinto di quello che avrei potuto dare.
Aveva visto giusto perché la settimana dopo quella che io avevo visto
come una sfida cessò ed io fui letteralmente catturato dall’animo e dal
modo di fare dei ragazzi e dalle loro famiglie.
Nell’autunno del 2002 ci furono consegnati i locali della vecchia
palestra del Liceo ”De Amicis” di Firenze, e ricordo ancora quando
insieme a Giovanni ed a Roberto andammo a vederli.
All’interno di quelle mura, che rappresentavano il futuro della nostra
Associazione e nell’immaginazione dei nostri ragazzi un nuovo giardino;
un nuovo mare di assoluta immensità, dove poter dar modo alla loro
personalità ed alla loro sensibilità di uscire da quei blocchi che le
loro fobie avevano costruito, Giovanni guardandoci espresse il desiderio
di trasformare quei locali in qualcosa di unico per la città di Firenze.
Un qualcosa che doveva essere d’esempio, d’esempio per chi in passato
non aveva ascoltato, con la dovuta sensibilità, le sue idee finalizzate
a raccogliere quei sorrisi che per molto tempi erano rimasti coperti da
un velo di indifferenza.
Vedendo la mole di lavoro che ci aspettava promettemmo a noi stessi che
il primo aprile del 2003, come se si trattasse di un Pesce d’Aprile,
avremmo aperto le porte ed accolto i ragazzi in quel centro del mondo ,
un mondo pieno di colori e divertimenti, in un giardino fiorito di
primavera dove i raggi del sole accarezzano la natura.
Così a partire dal successivo fine settimana iniziammo, con l’aiuto di
Aron e PierGiorgio, a dar sfogo alla nostra fantasia ed alla nostra
inventiva lavorando su idee che venivano corrette, ricorrette e
sostituite in continuazione.
Furono tanti i fine settimana trascorsi sempre all’interno dove
iniziammo a riportare alla luce ed alla vita, tutte le attrezzature in
legno che ci erano state donate dall’ Istituto Superiore di Educazione
Fisica, e che erano in disuso.
Incominciai così a cercare aiuto, tra gli amici e conoscenti, per poter
tutto quello che poteva aiutarci nella realizzazione del sogno di
Giovanni, e promisi a me stesso che mai mi sarei fermato fino a che il
sogno non fosse stato realizzato.
Immaginavo una struttura dalle idee futuristiche , dove l’accesso era
libero e gratuito a tutte quelle persone dotate di diverse abilità.
Un luogo dove le visite specialistiche e le terapie opportune fossero
legate ad un volontariato di cuore, un centro collegato, via internet,
ad altri centri , anche specialistici, situati in Italia ed in Europa.
Furono tanti i viaggi nella zona della Lucchesia al fine di poter
ottenere, da una azienda operante nel settore dell’arredo dei bagni, in
donazione, quello che per loro erano invenduti di fabbrica , ma per noi
bagni completi.
Presso una azienda di prodotti di gomma piuma ottenere la donazione dei
materassi.
Dall'immenso cuore di un mio carissimo Amico le coperture multi colore
di quei materassi.
Dall'ufficio dove lavoro gli armadi in disuso.
Dalla sensibilità di un caro amico milanese una struttura da pesistica.
E dal cuore di vari amici donazioni.
Era talmente forte il desiderio di raggiungere il primo aprile, che
niente poteva fermare noi cinque nel nostro lavoro e nella nostra
ricerca di attrezzature.
Ricordo due episodi in particolare il primo quando ero a Vinci a cena a
casa di Claudio, carissimo amico, quando in una stanza intravedo un
attrezzatura multifunzione da palestra.
Gli chiedo più o meno il costo da lui sostenuto per l’acquisto , in
quanto per il nostro centro serviva un qualcosa del genere, e come
risposta ottengo un “senti con la mia ragazza si pensava, dato che si
utilizza poco…….” ; ed io di contro “senti Claudio hai una cassetta
degli attrezzi?”.
Lo smontai in ogni sua parte, e non ci misi poco, caricai tutto in
macchina e la mattina dopo, domenica, era gia stato montato nella nostra
sede.
Se oggi sono qua, attaccato a questa tastiera, a distanza di otto anni
dall’inizio della mia avventura di volontario, vuol dire che il sogno
di Giovanni e di tutti noi è stato realizzato per la felicità dei
ragazzi che mi hanno, e ci hanno, rubato l’A.N.I.M.A..
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